La stanchezza del Napoli, un problema della testa più che delle gambe

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La sconfitta subita a Udine, la seconda consecutiva dopo quella patita in terra portoghese contro il Benfica, riaccende i riflettori su una condizione di affaticamento degli azzurri che il tecnico Antonio Conte non ha esitato a evocare nel dopo-partita. Quella stanchezza, tuttavia, stando alla lettura dei fatti di campo, non può essere addotta come unico e comodo alibi per un settimo ko stagionale che interrompe un breve filotto di cinque vittorie, le quali evidentemente non sono bastate a restituire al gruppo la carica necessaria.

Una dinamica già vista

La partita al Bluenergy Stadium, conclusasi con il gol di Ekkelenkamp, ha infatti riproposto una dinamica preoccupante e già osservata a Lisbona: il Napoli, sin dalle prime battute, non è riuscito a imporre la propria aggressività, mostrando invece una fragilità palpabile nella gestione dei momenti più delicati. L’Udinese, squadra fisica e organizzata, ha sovrastato i campioni in carica con un’autorità che ha reso evidente uno squilibrio non tanto atletico quanto, piuttosto, mentale. Il no al turnover da parte di Conte, che ha schierato quasi gli stessi uomini della sfida con la Juventus e di quella di Champions, è apparso in questo contesto una scelta controproducente, pagata – nelle pagelle – con un voto non certo lusinghiero.

Le voci dalla stampa

“Il Napoli non è una squadra solida”, ha osservato il giornalista Alfredo Pedullà, commentando la prestazione attraverso il suo canale. Pur smentendo che sia “giusto” riversare sul solo tecnico le responsabilità della débâcle, l’esperto ha sottolineato come affrontare una formazione intensa come i friulani in una condizione di stress psicofisico porti inevitabilmente a essere “maciullati”. Un giudizio che sembra convergere con l’impressione generale: alcuni elementi in campo, per citarne alcuni tra i meno brillanti, non hanno mostrato la convinzione necessaria, contribuendo a un rendimento complessivo opaco e privo di mordente.

La ricerca di una risposta

Il vero nodo da sciogliere, quindi, non risiede nella pura e semplice rotazione dei giocatori o nella ricerca di un pretesto fisiológico. Il problema, più profondo, è di natura psicologica e riguarda la capacità – o l’attuale incapacità – di reagire alle avversità dentro al rettangolo di gioco. La stanchezza delle gambe diventa il sintomo più visibile di un affaticamento della testa, che impedisce alla squadra di esprimere il suo potenziale quando la posta in gioco si alza. Senza una reazione immediata da questo punto di vista, il rischio è che le voci sul mercato e sul futuro di certi elementi, inevitabili dopo una simile prestazione, finiscano per surclassare la necessaria analisi tecnica di un momento di palese difficoltà.

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