La battaglia di Pokrovsk, tra assedi e stanchezza
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Redazione Esteri
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L’accerchiamento di Pokrovsk, che le forze russe dichiarano ormai prossimo al compimento, rappresenta l’epicentro di una rinnovata e violenta offensiva nell’oblast di Donetsk, dove martedì oltre trecento soldati, approfittando delle avverse condizioni meteorologiche e della fitta nebbia, hanno fatto ingresso in città. L’obiettivo strategico delle truppe, che ripetono questo tentativo da settimane, sarebbe quello di raggiungere il limite settentrionale per chiudere definitivamente la morsa e stroncare le linee di rifornimento. A sentire le sirene di Mosca, che incitano alla resa per evitare una più ampia distruzione, Pokrovsk non avrebbe scampo; ma il comandante delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrskyj, smentisce con fermezza queste affermazioni, sottolineando come, nonostante l’invio di circa centocinquantamila uomini da parte del Cremlino, la difesa della città prosegua in maniera efficace e organizzata, pronta a sfruttare le altre linee difensive predisposte.
La posizione di Zelensky e il peso delle decisioni
In un’intervista televisiva, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ammesso che la situazione a Pokrovsk è “molto difficile”, aggiungendo che qualsiasi decisione in merito a un eventuale ritiro delle truppe spetta esclusivamente ai comandanti militari sul campo. “Nessuno li costringe a morire per il bene delle rovine”, ha dichiarato Zelensky, le cui parole rivelano la complessità di scelte che, in definitiva, devono soppesare il valore simbolico di un territorio con il prezzo umano della sua difesa. “Sostengo i soldati, soprattutto i comandanti lì, più importanti per noi”, ha proseguito, “altrimenti, è troppo costoso”: un’affermazione che, al di là delle rassicurazioni ufficiali, lascia trasparire il peso di una guerra di logoramento i cui costi, giorno dopo giorno, diventano sempre più insostenibili.
Il contesto politico e le mancate promesse
Mentre la battaglia infuria, con le forze russe che premono per conquistare quella che è considerata una roccaforte del Donbass, sembra sgretolarsi il quadro politico di supporto all’Ucraina, prima ancora che quello puramente militare. Le promesse di aiuti americani, infatti, stentano a materializzarsi a causa di problemi interni, come lo shutdown, creando un vuoto di cui Mosca approfitta per intensificare la propria pressione. Di fronte a questa incertezza, le dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha accusato Vladimir Putin di voler piegare l’Ucraina usando il freddo come un’arma, suonano come un tentativo di controbilanciare le carenze altrui; la von der Leyen ha promesso oltre due gigawatt di elettricità e nuove attrezzature anti-drone per proteggere le infrastrutture critiche di Kiev, ma si tratta di aiuti che, seppur vitali, devono fare i conti con l’immediatezza delle necessità sul campo.
Una partita decisiva per gli equilibri del Donbass
La battaglia per Pokrovsk, dunque, si configura sempre più come uno scontro decisivo non solo per le sorti dell’intero Donbass, ma per gli equilibri complessivi del conflitto. L’avanzata russa, resa possibile anche dal maltempo che limita la visibilità e l’efficacia della risposta ucraina, mira a logorare non solo le difese fisiche, ma anche la volontà di resistenza. Kiev, da parte sua, pur continuando a negare l’accerchiamento e a rivendicare progressi su altri settori del fronte, deve confrontarsi con una realtà operativa estremamente complessa, nella quale la tenuta dei soldati e dei loro comandanti viene messa a dura prova da un avversario numericamente superiore e determinato a conseguire, a qualsiasi costo, un obiettivo strategico di primaria importanza.




