‘Roma Elastica’ e il ritorno di Ornella Muti: da Cannes un racconto allucinato della Cinecittà che fu
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Il lungometraggio del regista francese Bertrand Mandico, che il pubblico italiano ha imparato a conoscere grazie a visionarietà estreme come Les garçons sauvages o Conann, è pronto a invadere le sale nostrane grazie alla distribuzione di Europictures. Girato rigorosamente in pellicola 35mm – l’artefatto rifiuta qualsiasi mediazione digitale – questo Roma Elastica ha infatti calcato il red carpet della Croisette nella sezione Midnight Screenings dell’ultimo Festival di Cannes, portando con sé una ventata di surrealismo italico che mancava da tempo nel circuito d’essai.
La coproduzione, sostenuta da Rai Cinema e da Dugong Films, trasforma la Capitale dei primi anni Ottanta in un palcoscenico decadente dove l’attrice Marion Cotillard interpreta una star americana giunta al capolinea. Ed è proprio in questo caleidoscopio di rovine felliniane e luci al neon che emerge la figura di Ornella Muti, la quale, a 71 anni, dimostra ancora una volta il suo carisma internazionale vestendo i panni di una conduttrice televisiva sopra le righe. L’attrice, che per l’occasione ha sfilato con grande eleganza sulla Croisette, ha raccontato di essersi divertita “un mondo” a interpretare una donna egocentrica che “fa l’amore con la macchina da presa”, lontana anni luce dalle intervistatrici contemporanee sempre a caccia dello scoop.
Se da un lato il film omaggia lo spirito di Fellini e la memoria di Cinecittà, dall’altro la sua presenza a Cannes ha riacceso i riflettori su alcune dichiarazioni piuttosto esplicite rilasciate dalla Muti. Intervistata in Riviera, la diva ha infatti ripercorso i retroscena meno glamour dei suoi esordi, quando “ci chiamavano, eravamo un gruppetto di attrici, perché interessava mostrarci belle e mezze nude per far arrapare questi uomini anziani che ci giravano intorno”. Una confessione, questa, che getta luce su dinamiche di potere ormai superate ma che all’epoca rappresentavano una prassi quasi implicita per le giovani interpreti.
L’assenza dell’Italia e la nostalgia per l’arte perduta
La kermesse cinematografica francese, che ha visto anche la sfilata della modella Laila Hasanovic – compagna di Jannik Sinner – in occasione della premiere del nuovo film di Pedro Almodóvar Bitter Christmas, ha evidenziato un vuoto produttivo per la nostra penisola. La Muti stessa, reduce da un David di Donatello speciale, ha sottolineato come quest’anno non ci siano pellicole italiane in concorso, costringendo attori del calibro di Isabella Ferrari e Franco Nero a rappresentare il Belpaese all’interno di una produzione d’Oltralpe. “Secondo me gli italiani non hanno tanta memoria”, ha affermato l’attrice, lamentando come ci si dimentichi troppo in fretta di un’epoca in cui i maestri nostrani insegnavano il mestiere al mondo intero.
A essere finita sotto la lente d’ingrandimento è anche l’eccessiva omologazione del cinema contemporaneo. La Muti ha osservato amaramente che oggi “si fa sempre meno arte”, un’arte che invece Mandico riesce a preservare grazie a un coraggio visionario che non teme di mostrare il proprio pensiero. La nostalgia per i vecchi set di Cinecittà, dove persino Fellini girava E la nave va, si contrappone a una modernità liquida che l’interprete di Innamorato Pazzo conosce bene: “Ho fatto una grande famiglia che mi tiene molto impegnata […] Quando arriva un momento di basso, subentrano l’alcol, la droga, il perdersi. Io non mi voglio perdere”, ha confessato, indicando nella routine quotidiana l’ancora di salvezza rispetto agli abissi della celebrità.
Un viaggio nella Roma degli anni Ottanta tra decadenza e pura forma
La pellicola di Mandico, che arriverà sugli schermi nazionali grazie a Europictures, non si limita a raccontare una storia; la respira attraverso un’estetica che mescola fantascienza pulp e decadentismo. La sceneggiatura segue Eddie, attrice in fase terminale che accetta un ultimo, disperato ruolo in un film di serie B, in una Roma che sembra “malata e morente” quanto lei. Intorno a lei, un carosello di personaggi grotteschi e una colonna sonora italo-disco accompagnano lo spettatore in un incubo a occhi aperti.
“Volevo raccontare una città fatta di strati e sovrapposizioni”, ha dichiarato il regista francese, il quale ha deliberatamente evitato effetti digitali per restituire la matericità delle rovine di Cinecittà. Se alcuni critici hanno parlato di timidi applausi in sala, resta innegabile la potenza visiva di un’operazione che trasforma la Capitale in un simbolo universale del rapporto effimero tra l’uomo e l’illusione cinematografica. Con la partecipazione straordinaria di Franco Nero e di un nutrito gruppo di artisti italiani, Roma Elastica si configura come un crocevia culturale raro, dove la tradizione del cinema d’autore europeo si contorce fino a diventare qualcosa di assolutamente organico e inclassificabile.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
