L’ultimatum di Meloni e la rinuncia ai 7,3 milioni: il rebus Di Foggia si chiude con un passo indietro
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Redazione Interno
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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva posto un aut aut secco, privo di quelle sfumature che spesso accompagnano le trattative dietro le quinte del potere: o la poltrona (la presidenza di Eni) oppure i soldi (la buonuscita da Terna). E così, dopo giorni di tensione e un braccio di ferro che sembrava destinato a inasprirsi, è arrivata la fumata bianca. Giuseppina Di Foggia, l’amministratrice delegata uscente di Terna, ha infatti "manifestato la sua disponibilità alla sottoscrizione di un accordo finalizzato alla rinuncia dell'indennità di fine rapporto". Lo rende noto la stessa azienda, attraverso una nota ufficiale che mette fine – almeno sul piano formale – a una vicenda che stava assumendo i contorni di un caso politico-industriale di non poco conto. La società, dal canto suo, ha annunciato che diffonderà ulteriori comunicazioni al completamento delle procedure previste dalla normativa, nel pieno rispetto dei principi di rate governance, quasi a voler ribadire la correttezza formale di un percorso che resta, nei fatti, il risultato di una pressione politica diretta.
L’ultimatum della premier e il nodo dell’indennità da 7,3 milioniLa scintilla che ha acceso il dibattito è nota: Di Foggia, in scadenza alla guida della società che gestisce la rete elettrica nazionale, era stata indicata il 9 aprile scorso dal ministero dell’Economia e delle Finanze (azionista di riferimento, sia in via diretta che tramite Cassa depositi e prestiti) per la presidenza di Eni, al posto di Giuseppe Zafarana. Un incarico di altissimo profilo, certo, ma economicamente meno so del precedente. È qui che nasce il cortocircuito. La manager, forte di alcuni pareri legali, riteneva di poter incassare la cospicua buonuscita – pari a circa 7,3 milioni di euro – prima di traslocare in Corso Venezia. Una pretesa, questa, che a Palazzo Chigi è stata letta come un autentico "schiaffo" al buon senso, specialmente alla luce delle direttive governative sull’efficientamento della spesa nelle partecipate, che tendono a escludere i maxi-emolumenti in caso di passaggi interni al perimetro pubblico. La premier, con la consueta nettezza, ha quindi rotto gli indugi, costringendo Di Foggia a una scelta di campo netta, priva di quelle zone grigie in cui spesso si annidano gli interessi personali.
Le crepe nella maggioranza e lo scontro parallelo sulla ConsobSe la vicenda Di Foggia sembra aver trovato una quadra, la stessa non si può dire per il clima generale che aleggia sulle nomine di governo, dove la celebre "gabbia" meloniana mostra spesso i segni del logorio. La giornata di ieri, infatti, è stata segnata da un doppio fronte di tensione. Da una parte si è consumato il braccio di ferro con l’ad di Terna; dall’altra, la maggioranza è apparsa visibilmente spaccata sulla scelta del successore di Paolo Savona alla guida della Consob. Il nome del sottosegretario all’Economia, Federico Freni, continua a spaccare la coalizione, alimentando un senso di caos che periodicamente riemerge ogni volta che si tratta di spartire le poltrone calde. E se per le destre il "maledetto" gioco delle sedie ha rappresentato storicamente un classico terreno di scontro, l’impressione è che stavolta la posta in gioco – e i numeri sul tavolo – abbiano reso il clima particolarmente avvelenato.




