Niscemi, la frana annunciata e l'inchiesta sul muro mai costruito

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La terra continua a muoversi lentamente a Niscemi, dove la grande frana degli scorsi giorni ha reso inagibili decine di abitazioni, mentre la pioggia cade ancora intermittente sul paesaggio sconvolto. Un evento, come sottolinea il geologo Carmelo Monaco, ordinario all'università di Catania e referente per la Sicilia della Società geologica italiana, che non dovrebbe sorprendere: i primi movimenti del terreno in questa zona sono documentati addirittura dal 1790, e già il Piano per l'assetto idrogeologico del 2006 classificava ampie aree del comune a rischio "molto elevato". Una minaccia antica, dunque, che l'alternarsi di siccità prolungate e piogge intense – fenomeni sempre più marcati – rende però più subdola e pericolosa, trasformando il terreno in una polveriera pronta a esplodere. Proprio mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si recava in sopralluogo nella cittadina siciliana, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza per l'Isola insieme a Calabria e Sardegna, le indagini della procura di Gela hanno iniziato a scavare nel passato, per comprendere le responsabilità di ciò che non è stato fatto.

Un territorio fragile e un allarme del '97

L'inchiesta per disastro colposo aperta dai magistrati punta i riflettori su un intervento di messa in sicurezza – un muro di contenimento – che, stando a quanto emerge, fu appaltato ma non venne mai realizzato. Quell'opera avrebbe dovuto rispondere a un primo, importante segnale di cedimento verificatosi nel 1997, un evento di portata inferiore ma che, come un campanello d'allarme rimasto inascoltato, denunciava già la profonda instabilità del versante. Oggi, mentre si contano i danni e si valutano le nuove opere urgenti, la domanda che attraversa le vie del paese è proprio quella: se quel muro fosse stato costruito, la frana avrebbe avuto la stessa forza distruttiva? La risposta è affidata agli atti dell'inchiesta, che dovranno accertare eventuali colpe e omissioni in un arco di tempo di diversi anni.

La mappa nazionale del rischio idrogeologico

La tragedia di Niscemi si inserisce in un quadro nazionale dove il pericolo frane è strutturale, come certificano i dati aggiornati dell'Inventario dei fenomeni franosi in Italia curato dall'Ispra. Nel Paese si contano oltre 684mila frane, che minacciano la vita di quasi 1,3 milioni di persone e l'integrità di più di 742mila edifici. "In pratica", osserva Giuseppe Esposito del Cnr-Irpi, "le frane sono frequenti nella maggior parte del territorio italiano, a eccezione della Pianura Padana e della Puglia". Una fotografia che mostra un'Italia spaccata in due dalla sua conformazione geologica, con regioni come la Sicilia particolarmente esposte a causa della combinazione di fattori naturali e antropici. Il rischio, d'altronde, non è uniforme ma concentrato in precise aree, molte delle quali, come nel caso niscemese, sono da tempo cartografate e conosciute.

La sfida della prevenzione tra emergenze e risorse

L'arrivo dei primi 100 milioni di euro stanziati dal governo per far fronte all'emergenza rappresenta una risposta necessaria alla crisi in atto, una misura che però si colloca nella fase dell'urgenza. La questione di fondo, sollevata con forza dall'esperienza di studiosi come Monaco, rimane quella della prevenzione, un capitolo spesso trascurato nel ciclo di gestione del territorio. Costruire una cultura della manutenzione e della sicurezza, investendo in monitoraggio continuo e in opere di consolidamento sulla base delle conoscenze scientifiche già disponibili, costituisce la sfida più difficile. Un compito che va al di là della singola emergenza e che chiama in causa la capacità di programmazione a lungo termine delle istituzioni, in un dialogo costante con la ricerca scientifica, per provare a spezzare il circolo vizioso che lega fatalmente dissesto idrogeologico e calamità.

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