Niscemi, il governo fa muro sui fondi del Ponte mentre la frana minaccia ancora
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Redazione Interno
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La situazione a Niscemi, dove il ciclone Harry ha riacceso il dramma di una frana che ventinove anni fa sconvolse l'abitato, rimane grave, ma la risposta politica che arriva da Roma sembra ignorare l'urgenza della catastrofe. Ieri il governo, dopo una giornata di accese polemiche, ha tentato di chiudere la questione sollevata da alcuni esponenti del centrodestra stesso, i quali avevano ipotizzato di dirottare una parte delle risorse destinate al Ponte sullo Stretto di Messina per far fronte all'emergenza. Un'idea che, sebbene logica di fronte a case evacuate e territori in pericolo, è stata nettamente bocciata, confermando che quelle ingenti somme restano vincolate al progetto infrastrutturale. Una scelta che, come è facile immaginare, alimenta la rabbia nelle aree colpite, dove si attende da decenni un intervento definitivo per un rischio idrogeologico che, più che un'emergenza improvvisa, rappresenta una condanna annunciata.
La crepa nella maggioranza e il voto segreto di palazzo
La prima crepa in questo fronte compatto si è però già aperta in Parlamento, dove alcuni deputati di centrodestra, celandosi dietro l'anonimato del voto segreto, hanno espresso un parere contrario alla rigida destinazione dei fondi. Una frattura istituzionale che trova una voce pubblica in Luisa Lantieri, vicepresidente forzista del parlamento siciliano, la quale, pur avendo lasciato l'aula in segno di correttezza, non ha nascosto il suo sostanziale accordo con quei colleghi: «Per il Ponte ci vorrà tempo, questa emergenza è adesso, la gente ha perso tutto». Questa presa di posizione, per quanto isolata, segnala una tensione palpabile, un braccio di ferro tra l'esigenza immediata di sicurezza e un progetto futuro che risucchia tutte le attenzioni e le risorse finanziarie disponibili.
L'informativa in consiglio e le promesse europee
Nel consiglio dei ministri, intanto, il ministro ha illustrato la situazione critica non solo in Sicilia ma anche in Calabria e Sardegna, annunciando la firma di un decreto per una commissione di studio sugli eventi del 1997 a Niscemi. Una mossa che, se da un lato sembra voler accertare responsabilità amministrative del passato, dall'altro rischia di apparire come un rinvio, mentre il presente richiederebbe decisioni rapide e fondi certi. Parallelamente, è giunta la dichiarazione del ministro, il quale ha assicurato l'arrivo di fondi europei per le zone disastrate, una promessa che suona come un tentativo di placare gli animi e di compensare il netto rifiuto di toccare la cassa del Ponte. Resta il fatto che, al di là delle inchieste e degli stanziamenti comunitari, il problema di Niscemi è antico e profondamente radicato nel suo territorio fragile, un terriccio che, come dimostrano i fatti, continua a scivolare verso il baratro senza che vi sia una strategia chiara e prioritaria per fermarlo.
La cronaca nera di un rischio annunciato
La vicenda di Niscemi, al di là delle contese politiche, si intreccia purtroppo con una cronaca nera fatta di disastri ambientali prevedibili e di vite sconvolte. L'evento di questi giorni riporta alla memoria quanto accaduto tre decenni fa, un parallelismo agghiacciante che dimostra come, spesso, le tragedie più grandi siano quelle che si potevano evitare con una manutenzione del territorio e una prevenzione adeguata. Le inchieste giudiziarie del passato, che hanno cercato di fare luce sulle responsabilità di allora, sembrano oggi ripetersi in un'inquietante simmetria, mentre il governo preferisce concentrarsi su una commissione di studio piuttosto che su uno sforzo finanziario straordinario e immediato. La terra continua a franare, e con essa sembra sfarinarsi anche la fiducia in chi dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini.




