La mossa regina di Schlein che sfascia il campo largo (e forse l'obiettivo era quello)
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Redazione Interno
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Una bomba? Di più. Un missile balistico lanciato da Elly Schlein nel suo stesso campo di gioco. L'intervista della segretaria del Pd al Foglio di giovedì semina il terreno dell'intesa di mine e trappole micidiali. Forse il vero obiettivo è proprio questo: far saltare l'accordo elettorale con Giuseppe Conte e liberare il campo dal fastidio di un competitor agguerrito nella corsa alla candidatura del campo largo.
Il fronte ucraino come pietra dello scandalo
La distanza sul conflitto in Ucraina è diventata una faglia pronta a produrre un terremoto politico. Schlein ha promesso che il Pd appoggerà incondizionatamente Kiev, confermando l'invio di armi e parlando di "un aggredito e un aggressore", definendo l'invasione russa una "violazione del diritto internazionale".
"È inaccettabile pensare che qualcuno, in Europa, possa pensare di riscrivere i confini con l'uso della forza", ha affermato la segretaria, rivendicando di aver "votato convintamente per aiutare l'Ucraina a difendersi con tutti i mezzi". Parole che hanno fatto esultare l'ala riformista del partito, da Lia Quartapelle a Giorgio Gori, fino a Filippo Sensi, che hanno parlato di "nettezza" e di un "paletto" ben piantato per gli alleati.
Conte e il tour contro il riarmo
Sul fronte opposto, Giuseppe Conte marcia in direzione ostinata e contraria. Il no al riarmo è diventato il cuore della sua campagna, sintetizzato nel tour dal titolo "La guerra la paghi tu". Una posizione che trova sintonia con Alleanza Verdi e Sinistra ma che si scontra frontalmente con la linea del Pd, come dimostrato dal voto divergente alla commissione Esteri del Parlamento europeo sull'adesione dell'Ucraina all'Unione. La frattura è plastica e rischia di minare qualsiasi tentativo di programma condiviso.
Le prossime settimane offriranno appuntamenti cruciali, come il faccia a faccia in programma a settembre alla festa di Avs, ma per ora le due leadership restano su fronti opposti, con l'ipotesi di una cena chiarificatrice promossa da Dario Franceschini che stenta a decollare.
La leadership: un braccio di ferro senza esclusione di colpi
Rompendo ogni possibilità di intesa pacifica con il M5S, Schlein ha fatto la sua mossa sulla questione cruciale della leadership. Consapevole che il Pd ha più voti di tutti, la segretaria si è convinta di dover correre alla testa della coalizione, senza cedere il passo a Conte. Ad alimentare le tensioni, un sondaggio dell'istituto Lab21 che vede l'ex premier nettamente in testa nelle preferenze degli elettori di centrosinistra, con un 50,2% contro il 20,4% della stessa Schlein.
Dati che potrebbero spiegare la strategia del leader M5s, che insiste sul tema del pacifismo per marcare la differenza dal Pd e tenere alta la sua quota di consenso, in vista dell'ipotesi di primarie di coalizione che lui stesso continua a rilanciare come "modo più plausibile per non inginocchiarci davanti al Pd".
La porta (quasi) spalancata al centro
A completare il quadro di una strategia volta a ridefinire gli equilibri del campo largo, c'è l'apertura di Schlein a Carlo Calenda. La segretaria ha dichiarato di non porre veti nei confronti del leader di Azione. Una mossa che, se da un lato rianima le speranze dei "riformisti" interni al partito e dell'area centrista, dall'altro rischia di allontanare definitivamente quegli elettori di sinistra che avevano creduto nella svolta della segretaria.
L'operazione, che evoca lo "spirito di Draghi" e guarda all'appoggio dell'establishment, si configura come un tentativo di costruire una piattaforma politica più ampia, sacrificando però l'unità con il Movimento 5 Stelle e approfondendo le contraddizioni interne a una coalizione già di per sé fragile.
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