Polonara si ritira: «Con la destra non riuscivo a palleggiare, così ho detto basta»
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Redazione Sport
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Ci sono momenti, nella vita di un atleta, in cui la consapevolezza arriva più forte della volontà. Achille Polonara l’ha raccontato a Sky Sport, a meno di ventiquattr’ore dalla lettera social che ha sancito il suo addio al basket giocato, specificando un dettaglio tecnico che per chiunque altro sembrerebbe banale ma che per un professionista della sua caratura rappresenta un abisso. «Avevo iniziato ad allenarmi a gennaio da un punto di vista fisico – ha spiegato – poi ho preso la palla in mano e ho capito che non sarei tornato quello di prima. Con la destra non riuscivo a palleggiare, e in Serie A devi saper usare entrambe le mani». Ecco il nodo della questione: quella mano, la meno nobile per un mancino naturale, che non rispondeva più come avrebbe dovuto.
La sua carriera, costellata da trofei raccolti in giro per l’Europa (dalla Spagna alla Turchia, passando per la Lituania e l’Italia), si è infranta contro un muro chiamato “ che non risponde”. E la delusione, paradossalmente, non è arrivata solo per le percentuali al tiro o per la velocità in transizione, ma per la perdita di un gesto così semplice e intimo come palleggiare. «Sentivo dentro di me la pressione di tornare quel cestista che ero prima che la leucemia mi fermasse. Il corpo non rispondeva come mi aspettavo, ostinarsi a lavorare per qualcosa che non arrivava mi ha convinto a fermarmi», ha aggiunto l’ala classe 1991. In questa confessione emerge la paura più grande per chi ha sfidato una leucemia mieloide acuta e l’ha sconfitta: non quella di cadere, ma quella di non riconoscersi più in piedi.
La telefonata che ha sorpreso tutti, anche la famiglia
Se la notizia del ritiro ha commosso il mondo del basket, c’è un aneddoto personale che ne rivela la natura ironica e schietta. Polonara, scherzando durante l’intervista, ha svelato un retroscena curioso: nemmeno sua moglie era stata preparata a sufficienza per la decisione presa. «Con il post ho spiazzato anche lei», ha ammesso con quel sorriso che lo ha reso celebre anche fuori dal parquet. In un ambiente dove le dichiarazioni sono spesso sterilizzate dagli uffici stampa, Polonara ha scelto la via più diretta, quasi brutale, per raccontare il suo dramma e la sua rinascita. Non c’è stato spazio per i giri di parole: o si è in grado di competere al massimo livello, meglio lasciare il ricordo intatto.
La diagnosi di leucemia, arrivata nel giugno del 2025 mentre indossava la maglia della Virtus Bologna, aveva rappresentato uno stop forzato. Sottoposto a un trapianto di midollo (grazie a una donatrice statunitense), Polonara aveva già superato un primo grande scoglio, quello della sopravvivenza e della guarigione. Ma la riabilitazione sportiva è un mostro diverso. Il, segnato dalle terapie e dalle lunghe degenze, non garantiva più gli stessi picchi atletici. «Uscire di casa con la borsa per un allenamento, andare in un parco a giocare con i miei figli...», aveva raccontato in passato, descrivendo la sua nuova normalità fatta di piccoli gesti che i campioni spesso danno per scontati.
La leucemia, il lungo stop e il ritorno in sordina a Sassari
A marzo di quest’anno, Polonara aveva ripreso a sudare in maglia Dinamo Sassari, non in partita ovviamente, ma con una serie di sessioni individuali. Quel periodo di test, durato qualche settimana, è stato il termometro definitivo della sua condizione. Finché la palla resta sul pavimento del playground, si può ancora illudere; ma quando il cronometro dell’agonismo comincia a scorrere nella testa, il passo indietro diventa inevitabile. «Non riuscivo a palleggiare con la destra», ripete, e quel “non riuscivo” pesa come un macigno per uno che ha calcato i palazzetti di tutta Europa.
A certificare il valore umano di questa decisione, forse più ancora che quello tecnico, è arrivato il saluto del presidente della Federazione Italiana Pallacanestro, Gianni Petrucci. «Caro Achille, accolgo con affetto e rispetto la tua scelta di ritirarti. Hai dimostrato con la tua carriera, e soprattutto in questi ultimi anni, che il coraggio, la determinazione, l’amore per la famiglia e il rispetto per la vita non ti mancano». Petrucci ha voluto rimarcare un concetto che Achille ha fatto suo in questi mesi difficili: non è importante solo vincere, ma come si affronta la caduta. Polonara ha saputo guardare oltre la malattia, trasformandola in una sorta di “linfa vitale” per ricominciare, seppur con un ruolo diverso da quello a cui era abituato.
“Voglio che la gente ricordi il giocatore che ero”
L’orgoglio, in questo addio, gioca un ruolo centrale. Polonara non voleva essere l’ombra di se stesso. A 34 anni, con tre scudetti vinti in tre nazioni diverse (oltre naturalmente a quello conquistato con la Virtus Bologna nel 2025) e un’eredità pesante lasciata in Nazionale (94 presenze e la partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo), la tentazione di “attaccarsi” pur di restare in orbita basket ci sarebbe stata per chiunque. Invece no. «È giusto che la gente ricordi il giocatore che ero prima della leucemia», ha tagliato corto. Una frase che suona quasi come un consiglio a chi, nel mondo dello sport, resta appeso al proprio passato più di quanto dovrebbe.
«Adesso mi sento molto più leggero», confessa. La pressione, quella di dover dimostrare a tutti i costi di essere ancora “Achi”, è finalmente svanita. In un panorama mediatico dove spesso si cerca lo scoop o il retroscena triste, Polonara ha regalato una lezione di maturità: smettere quando si è convinti di non poter più dare il proprio meglio è forse la vittoria più difficile da conquistare. Mentre le sue mani smetteranno di palleggiare sui parquet di Serie A, rimarrà il ricordo di chi ha saputo ridere della malattia («grazie a chi mi ha insultato, siete stati la mia forza», ha scritto nel post di commiato) e, con quella leggerezza ritrovata, guardare al futuro senza rimpianti.




