Il decreto sul Ponte torna al cdm, la Ragioneria impone il vincolo dei costi: nessun extra rispetto ai 13,5 miliardi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il cammino del decreto Infrastrutture, quel provvedimento varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio su iniziativa della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, subisce una nuova battuta d’arresto. Il testo, che contiene al suo interno le disposizioni relative al progetto per il collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria, deve fare ritorno a Palazzo Chigi. A imporre il dietrofront, come confermato da fonti di governo e riportato dall’ANSA, è stata la Ragioneria generale dello Stato, l’organo di controllo del ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti, che ha sollevato osservazioni puntuali, chiedendo una rimodulazione che blindi il quadro economico dell’opera. La richiesta, perentoria, è che ogni singola procedura, ogni adempimento previsto dal decreto per rilanciare l’iter, venga finanziato attingendo esclusivamente alle risorse già stanziate, senza la possibilità di apportare correzioni che possano tradursi in maggiori oneri per lo Stato.

L’obbligo del pareggio e la conferma del quadro finanziario

Il principio cardine imposto dalla Ragioneria è chiaro e netto: l’intera operazione, ivi compresi gli aggiornamenti del progetto e le necessarie interlocuzioni con gli enti locali e le authority, deve avvenire senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Significa, in termini concreti, che il tetto di spesa, attualmente fissato a 13,5 miliardi di euro, rappresenta un limite invalicabile. L’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, è intervenuto per chiarire la portata tecnica della revisione, cercando di fugare i dubbi sorti dopo il rinvio. A parità di investimento complessivo, ha spiegato Ciucci, l’intervento della Ragioneria ha portato a una modulazione degli importi annuali, un adeguamento necessario per assorbire lo slittamento dei tempi, slittamento che, come è noto, è conseguenza delle delibere con cui la Corte dei conti aveva sollevato perplessità sulla precedente impalcatura normativa. Non si tratta, ha tenuto a sottolineare il manager, di extracosti, ma di una diversa distribuzione delle risorse nel tempo, fermo restando il vincolo di spesa complessivo.

Il percorso parlamentare e il nuovo cronoprogramma

Parallelamente alle verifiche contabili, il provvedimento prosegue il suo corso in ambito parlamentare. La vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, ha ufficialmente comunicato in Aula l’arrivo del decreto, che ora dovrà essere esaminato dalle commissioni competenti. L’intenzione del governo, ribadita negli ultimi giorni dallo stesso Salvini, che in passato aveva scandito tempi serrati, è quella di gettare le basi per un avvio della fase realizzativa entro l’anno. Tuttavia, lo stesso ministro ha recentemente adottato un tono più cauto, dichiarando di voler evitare di fissare scadenze troppo ravvicinate, consapevole della complessità di un iter che incrocia competizioni europee, pareri del Consiglio superiore dei lavori pubblici e, non ultimi, i ricorsi che potrebbero giungere dai comitati contrari all’infrastruttura.

Le opposizioni e i nodi strutturali sollevati dai precedenti rilievi

Mentre l’esecutivo lavora alla messa a punto del testo, le forze di opposizione tornano a sollevare critiche. Da più parti si sottolinea come il ritorno in cdm rappresenti una rettifica tecnica che confermerebbe la fragilità dell’impostazione iniziale. Le modifiche richieste dalla Ragioneria, a volerle leggere, si innestano su un terreno già reso scivoloso dai precedenti pronunciamenti della magistratura contabile. Non va dimenticato, infatti, che l’intera procedura era stata rivista a seguito del confronto tra Salvini e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, confronto che aveva portato a eliminare dal testo la norma che limitava i poteri della Corte dei Conti sugli atti del Cipess. L’attenzione, ora, si sposta sulla sostenibilità ambientale e sulla conformità alle direttive europee, aspetti per i quali, nei mesi scorsi, la stessa Corte aveva chiesto integrazioni istruttorie, in particolare per quanto riguarda le procedure relative alla direttiva Habitat e a quella sugli appalti. Il decreto, una volta ricomposto il puzzle dei pareri e dei vincoli di bilancio, dovrà dimostrare di avere tutte le carte in regola per superare anche questi successivi e complessi livelli di vaglio istituzionale.

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