Salvini annuncia la sua presenza alla manifestazione pro-ponte di Messina mentre il decreto infrastrutture torna in cdm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga e tormentata vicenda del Ponte sullo Stretto, un’infrastruttura capace come poche altre di dividere l’opinione pubblica e la classe politica, si arricchisce di un nuovo capitolo che intreccia la mobilitazione popolare con le consuete difficoltà burocratico-finanziarie. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha annunciato che parteciperà alla manifestazione pubblica in programma sabato 28 marzo a Messina, un evento organizzato per sostenere la realizzazione dell’opera e ribadire, come si legge nei comunicati dei promotori, l’urgenza di superare il divario infrastrutturale che da secoli separa la Sicilia dal continente. L’iniziativa, battezzata “L’ora del Ponte”, vede la partecipazione di un composito comitato promosso da associazioni, movimenti e sindacati calabresi e siciliani, i quali vedono nell’attraversamento stabile dello Stretto non solo un’opportunità occupazionale ma anche un simbolo di coesione nazionale e di riscatto per il Mezzogiorno. Lo stesso Salvini, del resto, aveva già preannunciato l’intenzione di esserci, parlando a margine di un sopralluogo a Milano di un appuntamento a cui tiene in modo particolare, forte della determinazione, come ha dichiarato, ad aprire “questi benedetti cantieri”.

Tuttavia, mentre il vicepremier prepara la discesa in campo a Messina, dove troverà anche i segretari siciliani dei partiti di centrodestra, la macchina statale procede con la sua inesorabile lentezza, imponendo correzioni e nuovi passaggi che allontanano nel tempo l’avvio dei lavori. Il decreto Infrastrutture, volto a definire l’iter approvativo del Ponte dopo i rilievi sollevati nei mesi scorsi dalla Corte dei Conti, è stato infatti rispedito al mittente. La Ragioneria Generale dello Stato ha imposto delle modifiche sostanziali, obbligando il governo a un nuovo passaggio in Consiglio dei ministri; il nodo cruciale, ancora una volta, è di natura economica, dal momento che viene ribadito con forza il principio secondo cui l’intera procedura dovrà essere portata avanti senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, utilizzando esclusivamente le risorse già stanziate e previste dal quadro economico dell’opera. Un vincolo che, di fatto, congela l’ipotesi di eventuali extracosti, confermando l’importo complessivo dell’investimento in 13,5 miliardi di euro, sebbene con una rimodulazione delle somme annuali che tiene conto dello slittamento dei tempi imposto dalle precedenti delibere della magistratura contabile.

Parallelamente ai rilievi della Ragioneria, si inserisce la questione relativa ai fondi stanziati per l’anno in corso che, a causa della farraginosità dell’iter, rischiano di rimanere inutilizzati. Da qui l’iniziativa del Partito Democratico, che attraverso un’interrogazione parlamentare ha chiesto al governo di fare chiarezza sul cronoprogramma di spesa e di procedere a una riprogrammazione formale delle risorse previste per il 2026, le quali, a giudizio dei parlamentari dem, non potranno essere impegnate né spese entro l’esercizio. I senatori firmatari dell’atto ispettivo, tra cui spiccano i nomi di chi segue più da vicino le politiche di coesione territoriale, sollecitano dunque un ripensamento che permetta di dirottare quelle somme – parliamo di centinaia di milioni di euro – verso altri investimenti infrastrutturali urgenti in Sicilia, Calabria e persino in Sardegna, regioni che, specialmente dopo eventi calamitosi come il ciclone Harry, necessitano di interventi immediati per strade e reti ferroviarie. Una richiesta che riaccende il dibattito sull’opportunità di continuare a destinare ingenti capitali a un’opera dai tempi così incerti, anziché concentrarli sulla manutenzione e l’ammodernamento delle reti di comunicazione esistenti, quelle che i cittadini utilizzano quotidianamente.

Il pressing degli enti locali e la rimodulazione finanziaria che allontana i cantieri

L’ennesima battuta d’arresto procedurale, certificata dal ritorno del decreto in Consiglio dei ministri, ha riacceso i riflettori sulla complessa partita politica che ruota attorno alla maxi-opera. Se da un lato il fronte dei sostenitori, che scenderà in piazza a Messina, invoca una mobilitazione bipartisan per superare le resistenze e dare slancio al progetto, dall’altro le opposizioni tornano a chiedere un passo indietro. Per i capigruppo del Pd nelle commissioni Ambiente e Trasporti della Camera, le modifiche imposte dalla Ragioneria non rappresentano altro che l’ennesima conferma delle difficoltà e delle incertezze che gravano su un’opera ormai considerata, nelle loro parole, alla stregua di un “accanimento terapeutico”. Il rischio concreto, secondo questa linea di pensiero, è che il Ponte continui a vivere solo nei comunicati stampa e nei post sui social, mentre il Paese reale attende infrastrutture più modeste ma funzionanti, dal potenziamento delle linee ferroviarie del Mezzogiorno alla messa in sicurezza del territorio. La determinazione del ministro Salvini, che si dice pronto a scendere in piazza al fianco della società civile, si scontra dunque con i rilievi degli organi tecnici dello Stato e con le richieste di chi, in Parlamento, vorrebbe vedere quei miliardi impiegati per risolvere problemi più immediati e tangibili per le popolazioni di Calabria e Sicilia, in un braccio di ferro che sembra destinato a protrarsi ancora a lungo.

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