Ricercatori in tenda al Cnr, la protesta contro un precariato senza fine

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Davanti alla sede romana del Consiglio Nazionale delle Ricerche, un accampamento di tende segnala una crisi che, pur non essendo nuova, assume contorni di particolare urgenza. Decine di ricercatori, i cui contratti sono prossimi alla scadenza, hanno scelto questa forma di protesta per richiamare l'attenzione su una condizione lavorativa che, se per alcuni si protrae da quasi due decenni, per altri è minacciata dalla fine dei finanziamenti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La scena, che sembra riproporre un copione già visto, coinvolge non solo il Cnr ma anche altri enti di ricerca pubblica, dove la figura del professionista con borsa di studio o assegno di ricerca a tempo determinato rimane l'unico modello di ingresso nel settore.

Una stabilizzazione che stenta a decollare

Sebbene la legge di Bilancio dello scorso anno avesse stanziato fondi destinati alla stabilizzazione di una parte del personale, la cifra si è rivelata sufficiente per una frazione esigua degli aventi diritto. La manifestazione di interesse lanciata dall'ente, infatti, coinvolge un numero di ricercatori e assegnisti di gran lunga superiore rispetto ai posti effettivamente disponibili, lasciando in sospeso le prospettive di centinaia di persone. Questo meccanismo, che di fatto crea una competizione tra precari per risorse limitate, evidenzia la mancanza di una pianificazione organica per il ricambio generazionale nella ricerca pubblica, un problema denunciato da anni ma mai risolto in modo strutturale.

L'allarme dall'accademia e il caso di Torino

La gravità della situazione trova eco anche nel mondo accademico, dove lo storico Alessandro Barbero, in un messaggio diffuso dall'Assemblea Precaria Universitaria di Torino, ha parlato senza mezzi termini di "persone sfruttate per anni e buttate via". Le sue parole sottolineano una crisi del reclutamento che affligge l'intero sistema, affrontato, a suo dire, "senza nessuna sistematicità dalle classi dirigenti". A Torino, gli effetti di questa politica si traducono in numeri concreti: gli atenei della città avrebbero perso, secondo i dati riportati dai rappresentanti dei precari, quasi il quaranta per cento degli assegnisti di ricerca in pochi mesi, una contrazione che rischia di paralizzare interi filoni di indagine scientifica.

Il futuro incerto tra fondi Pnrr e programmazione

Il paradosso, oggi, è che gli stessi fondi del Pnrr, concepiti per rilanciare il paese, rischiano di alimentare ulteriormente la precarietà. Molti ricercatori sono stati assunti con contratti a termine legati alla durata specifica dei progetti finanziati, senza che sia stato previsto un piano di transizione verso l'assorbimento strutturale di quelle competenze. La protesta sotto gli uffici del Cnr, dunque, non riguarda solo la legittima aspirazione al lavoro stabile di singoli individui, ma investe la capacità stessa del paese di trattenere e valorizzare i propri cervelli, garantendo continuità a quelle attività di ricerca che sono fondamentali per lo sviluppo e l'innovazione.

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