Dignità e certezze per i lavoratori, ma il referendum divide
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Silvia Grilli, che si dimostra ben informata sulla consultazione popolare in programma l’8 e il 9 giugno, non ha dubbi: «Andrò a votare, perché è una delle poche occasioni in cui possiamo decidere direttamente». Per lei, il referendum rappresenta uno strumento fondamentale per restituire «dignità e certezze» a diverse categorie di lavoratori, garantendo maggiori tutele sia in materia di sicurezza che di stabilità occupazionale.
Diverso l’approccio di Rita Baviello, che ammette di non conoscere a fondo i dettagli della votazione ma non nasconde scetticismo: «Sono solo chiacchiere, e poi dovremmo guardare alla Germania». Secondo lei, il problema vero è la scuola, che non prepara adeguatamente i giovani al mondo del lavoro. «Se uno studente uscisse già formato, avrebbe più possibilità di emergere», osserva, senza però entrare nel merito dei cinque quesiti referendari.
Quelli su cui gli elettori sono chiamati a esprimersi riguardano principalmente il lavoro, con una sola eccezione dedicata alla cittadinanza. La Corte Costituzionale, dopo aver esaminato le oltre cinque milioni di firme raccolte nel 2024, ha dato il via libera alla consultazione. Si vota in due giornate: domenica 8 giugno, dalle 7 alle 23, e lunedì 9, dalle 7 alle 15.
Il primo quesito punta a modificare il cosiddetto Jobs Act, in particolare il meccanismo delle «tutele crescenti», mentre il secondo interviene sui licenziamenti individuali nelle piccole imprese. Il terzo introduce limiti più stringenti per i contratti a tempo determinato, e il quarto rafforza le responsabilità in caso di subappalti, soprattutto in tema di sicurezza. L’ultimo, unico non legato al lavoro, concerne invece i requisiti per l’acquisizione della cittadinanza.
L’astensionismo, che in passato ha spesso reso inefficaci le consultazioni referendarie, è considerato il vero avversario da battere. Ma mentre c’è chi, come Grilli, vede in questa votazione un’opportunità concreta per cambiare le regole del gioco, altri la guardano con diffidenza, convinti che il problema sia altrove. Senza contare che, in un contesto politico già polarizzato, la campagna elettorale rischia di trasformarsi in uno scontro ideologico più che in un dibattito sui contenuti.




