Decreto sicurezza, l’ennesima ‘maquillage’ normativo che lascia sul posto i poliziotti
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Redazione Interno
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C’è una distanza, sottile ma abissale, tra la sicurezza percepita – quella che fa notizia e che alimenta i comizi elettorali – e la sicurezza reale, fatta di pattuglie sottorganico, di turni massacranti e di mezzi che si guastano prima ancora di partire. E proprio su questo crinale, a giudicare dalle reazioni sindacali che arrivano direttamente dalle questure, si consuma l’ennesima beffa per chi ogni giorno indossa una divisa. Il decreto sicurezza, diventato legge dopo una lunga e tormentata seduta alla Camera, viene accolto dalla Silp Cgil come un “colpo di coda” della maggioranza, un intervento che i rappresentanti degli agenti definiscono senza mezzi termini “propaganda elettorale” camuffata da provvedimento urgente. “Siamo di fronte all’ennesimo ‘maquillage’ normativo in vista delle scadenze elettorali”, denunciano i sindacalisti, sottolineando un paradosso difficile da ignorare: si chiede efficienza a un di polizia che, nei fatti, viene sistematicamente sottofinanziato e ignorato persino nelle sue esigenze più elementari.
La sensazione, per chi ha seguito il dibattito parlamentare, è che la realtà sia stata sacrificata sull’altare dell’immagine. Basti pensare alle immagini che hanno accompagnato l’approvazione finale: i deputati leghisti in posa sui gradini del cortile di Montecitorio, sorrisi e pollici all’insù, mentre Matteo Salvini – con una telefonata in mano e una battuta al veleno pronta a uscire – gongolava pensando alla reazione dell’opposizione. “Dai che la giriamo a Bonelli!”, avrebbe detto, per poi salutare i colleghi del Carroccio con una frase che suona quasi come una confessione involontaria: «Bene, ora vado in Cdm a smontare il decreto sicurezza». Parole, queste, che inchiodano il provvedimento a una contraddizione insanabile: approvato dopo 44 ore di seduta fiume, suggellato da un consiglio dei ministri lampo di appena 9 minuti (presieduto da Antonio Tajani), il nuovo pacchetto sicurezza rischia di essere già vecchio prima ancora di entrare a regime.
Un vortice di nuovi reati e pene più severe, senza un piano per le risorse
A guardare i numeri e i contenuti, quello che emerge è un affollamento legislativo che lascia perplessi persino alcuni addetti ai lavori. Il governo Meloni, che pure ha fatto della stabilità il proprio cavallo di battaglia, mostra invece il fianco a una evidente instabilità di metodo proprio su un settore delicatissimo come la sicurezza. Qui non si parla solo di repressione dei reati, ma anche – e forse soprattutto – di prevenzione, di diritti, di libertà delle persone. E invece, in barba a qualsiasi proclama garantista o depenalizzatore, assistiamo a un vorticoso moltiplicarsi di nuove fattispecie penali e di pene sempre più alte. Un meccanismo che, secondo molti osservatori, rischia di incepparsi da solo: senza risorse aggiuntive per gli organici, senza mezzi e senza un piano serio per il carcere, l’unico effetto certo sarà un aggravio di lavoro per i poliziotti, già stremati.
“Così aumentano ingiustizie e disuguaglianze”: la critica che arriva dal tribunale di sorveglianza
Non è solo la base a protestare. Chi ogni giorno applica le leggi, cioè i magistrati, mostra più di una perplessità. Prendiamo il caso di Chiara Gallo, giudice di sorveglianza a Roma, che con questo provvedimento conta ormai il quinto pacchetto sicurezza in tre anni di governo Meloni. La sua analisi è netta: le scelte compiute dal legislatore in questo lasso di tempo si muovono in una direzione inequivocabile. Da un lato, spiega, c’è l’aumento della repressione attraverso nuovi reati, l’inasprimento delle pene e l’introduzione di misure di controllo sempre più stringenti. Dall’altro, e questo è l’aspetto più delicato, si colpiscono quasi sempre le stesse persone: quelle che vivono in condizione di marginalità o degrado, spesso per ragioni sociali ed economiche. Peggio ancora, il decreto introduce meccanismi automatici di esecuzione della pena in carcere, riducendo lo spazio per quelle valutazioni individuali che sono il cuore del diritto di difesa. Il risultato, secondo Gallo, è sotto gli occhi di tutti: «Così aumentano le ingiustizie e le disuguaglianze». Una sentenza, la sua, che pesa come un macigno sulla retorica dell’ordine a ogni costo.




