La partita a tre su difesa ed energia: Meloni cerca la quadra tra Safe, fondi di coesione e Patto di stabilità
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Redazione Interno
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La corsa contro il tempo, quella che vede l’Italia impegnata su due fronti – la difesa e il caro bollette – si arricchisce di continui colpi di scena, trasformando la trattativa con Bruxelles in un vero e proprio rompicapo per Palazzo Chigi. Oggi scade ufficialmente il termine per attivare i fondi del prestito Safe, il programma europeo che mette a disposizione di Roma quasi 15 miliardi per il riarmo, cifra che tuttavia il governo non intende chiedere per intero.
Secondo le ultime indiscrezioni, la richiesta italiana si fermerebbe a circa un terzo di quella torta, poco più di 5 miliardi, limitandosi esclusivamente ai progetti per i quali esistono già contratti firmati, una linea di cautela dettata dalla necessità di non appesantire ulteriormente un debito pubblico già sotto la lente d’ingrandimento di Europa e mercati.
Il nodo Safe e la strategia attendista su difesa e bollette
L’impazienza del ministro della Difesa, che vede in questo strumento una leva irrinunciabile per modernizzare le capacità militari (pensiamo allo scudo aereo anti-droni, prioritario in un momento di tensioni internazionali), si scontra quotidianamente con la prudenza del ministro dell’Economia, preoccupato dai vincoli del Patto di Stabilità.
Giorgia Meloni, dal canto suo, si muove su un crinale stretto: da una parte non vuole rinunciare ai fondi europei che non peserebbero sui saldi di bilancio, dall’altra ha messo nero su bianco – ed è questo il punto centrale – che la priorità assoluta oggi va data ai rincari energetici.
La presidente del Consiglio, attendendo il responso di Ursula von der Leyen sulla richiesta di flessibilità per le spese energetiche, utilizza la leva di Safe come un vero e proprio lasciapassare, trattenendo la richiesta ufficiale in attesa di vedere se Bruxelles concederà quello spiraglio sui conti pubblici necessario per aiutare famiglie e imprese senza infrangere le regole.
La "coperta corta" e il braccio di ferro con i governatori
Se il fronte esterno è complicato, quello interno non scherza affatto, anzi. L’amara verità con cui il governo deve fare i conti è che la coperta è drammaticamente corta: se si trovano risorse per un nuovo taglio delle accise, ce ne saranno inevitabilmente di meno per gli investimenti; se si decide di dirottare i fondi europei della coesione per tamponare l’emergenza energetica, li si dovrà togliere a quelle Regioni che li avevano già programmati per lo sviluppo economico e la formazione.
Ed è qui che nasce il paradosso politico: a sollevare la voce, con un malumore crescente e bipartisan, sono proprio i governatori del centrodestra, i quali vedono minacciati i propri bilanci e i progetti territoriali. La proposta avanzata dal commissario europeo Raffaele Fitto – utilizzare i fondi di coesione come possibile "bancomat" per l’energia – ha innescato una resistenza durissima, con gli amministratori locali che temono di vedersi sottrarre risorse già impegnate per opere pubbliche e sostegno alle filiere produttive.
L’attesa per la risposta di Bruxelles e le regole delle "Tre T"
Meloni attende dunque una risposta che potrebbe arrivare a giorni, quando la Commissione presenterà la sua valutazione sui conti italiani. Il governo spera di strappare qualche margine di manovra, anche se i segnali che arrivano dall’Europa non sono confortanti: per essere finanziabili, le misure anti-caro energia devono rispettare il principio delle "Tre T" (temporanee, mirate e su misura), un paletto che esclude interventi orizzontali come il taglio generale delle accise sui carburanti, ritenuti da Bruxelles poco efficaci e non allineati con la transizione ecologica.
L’asse Roma-Bruxelles diventa quindi un tira e molla quotidiano, dove l’energia e la difesa giocano nella stessa partita, anche se l’una rischia di soffocare l’altra. A complicare ulteriormente lo scenario ci pensa l’opposizione: Elly Schlein incalza il governo sul terreno dell’energia, chiedendo una svolta strutturale basata sulle rinnovabili e criticando l’esecutivo per non aver utilizzato i fondi derivanti dal sistema Ets per abbattere le bollette, mentre dentro la maggioranza la Lega si mostra totalmente contraria all’accesso ai prestiti per le armi.
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