La strategia del rinvio di Meloni sul riarmo tra i veti incrociati dei governatori e le pressioni di Crosetto
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Redazione Interno
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L’economista Marcello Messori, figura di spicco dell’European University Institute di Firenze nonché ex consulente del Parlamento europeo e già direttore della School of European Political Economy della Luiss, ha recentemente criticato senza mezzi termini la linea attendista del governo guidato da Giorgia Meloni riguardo ai fondi europei per la difesa.
Secondo Messori, che analizza con rigore le tensioni in atto tra Roma e Bruxelles, rinunciare a chiedere i prestiti del programma Safe rappresenterebbe un errore strategico di non poco conto; l’Italia, vista la fragilità dei suoi conti pubblici, non è infatti nella posizione di poter chiedere una sospensione generalizzata del Patto di Stabilità, né tantomeno può permettersi di lasciare sul tavolo risorse che, volenti o nolenti, non inciderebbero sui parametri di deficit.
Un braccio di ferro a tre tra difesa, economia e autonomie regionali
La premier, nel tentativo di mediare tra le opposte esigenze dei suoi alleati, ha deciso di ingaggiare una complessa trattativa con la Commissione Europea: l’obiettivo dichiarato è quello di ottenere una deroga al Patto di Stabilità che non si limiti alle spese militari, ma che venga estesa anche alla crisi energetica, un fronte molto più sensibile per l’elettorato.
In una lettera inviata a Ursula von der Leyen (datata 17 maggio e per la quale si attende una risposta ufficiale entro il 3 giugno), Meloni ha utilizzato una tattica di pressione piuttosto esplicita: ha sostanzialmente minacciato che senza uno sconfinamento concesso per le bollette, l’Italia potrebbe anche rinunciare ad attivare il programma Safe per le armi. Una posizione, quest’ultima, che Messori giudica controproducente, mentre all’interno del palazzo scattano i primi nervosismi.
La sponda politica mancata e lo scontento dei governatori
A complicare ulteriormente il quadro non è solo il muro di Bruxelles (che finora ha rispedito al mittente le richieste italiane, offrendo al massimo una rimodulazione dei fondi di Coesione o delle ultime tranche del Pnrr), ma anche le fibrillazioni interne alla maggioranza di centrodestra. Mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti spinge per la massima prudenza (consapevole dei sacrifici richiesti alle famiglie), il titolare della Difesa, Guido Crosetto, preme in senso inverso, richiamando l’urgenza di firmare i contratti per non perdere i finanziamenti legati al riarmo.
A queste tensioni si aggiunge ora un nuovo fronte di malumore: i governatori delle Regioni, in particolare quelli espressione delle aree più industrializzate, guardano con crescente scetticismo all’ipotesi di dirottare i fondi europei della coesione sociale per tamponare il caro energia, un utilizzo che temono possa privare i territori di risorse preziose già destinate ad altre progettualità.
L’attesa per Safe e l’impazienza del dicastero della Difesa
Per il momento, dunque, l’Italia aspetta e spera in un lasciapassare che tarda ad arrivare, lasciando in uno stato di palpabile impazienza il ministro Crosetto. L’accesso ai fondi Safe è infatti l’unica opzione che, tecnicamente, non aggraverebbe il computo del deficit ai fini dei rigorosi parametri europei; senza quella deroga o quella flessibilità, il rischio concreto è che l’intera strategia di riarmo nazionale subisca uno slittamento notevole.
Meloni, da parte sua, sembra intenzionata a non muovere un solo passo nella richiesta ufficiale dei fondi per la difesa finché non avrà chiarito l’esito della trattativa sulla parte non utilizzata dei fondi di Coesione, tenendo in bilico le sorti di due dossier che potrebbero rivelarsi decisivi per la tenuta dell’esecutivo nei prossimi mesi.
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