L’escalation nel Golfo, tra movimenti di truppe e incertezze sulla leadership iraniana
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Redazione Esteri
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Il Pentagono ha dato il via libera al dispiegamento di circa cinquemila unità tra Marines e marinai in Medio Oriente, una mossa che arriva in risposta all’intensificarsi delle azioni iraniane nello Stretto di Hormuz, dove gli attacchi alla navigazione commerciale hanno spinto Washington a rafforzare la propria presenza. La richiesta, avanzata dal Comando Centrale degli Stati Uniti e approvata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, prevede l’invio di un gruppo anfibio con la nave d’assalto USS Tripoli, già in movimento dal Giappone, e di ulteriori unità da guerra che andranno ad aggiungersi alle due portaerei già operative nell’area. L’obiettivo dichiarato, almeno ufficialmente, è quello di garantire la libertà di navigazione in un passaggio cruciale per il trasporto energetico globale, ma i segnali che trapelano dagli ambienti militari lasciano intendere come si stia preparando il terreno per operazioni più incisive, incluso il possibile neutralizzarsi delle batterie di missili antinave dispiegate da Teheran lungo le coste.
L’incertezza sulla Guida Suprema e la risposta sul campo
Nel quattordicesimo giorno del conflitto che coinvolge Israele e Stati Uniti contro l’Iran, una delle poche certezze sembra essere lo stato di salute di Mojtaba Khamenei, il nuovo leader supremo iraniano, sulla cui sorte si erano rincorse voci contrastanti dopo gli attacchi iniziali. Donald Trump, intervenendo a Fox News, ha confermato le indiscrezioni circolate nei giorni precedenti: “Penso che sia ferito, ma credo che in qualche modo sia ancora vivo”. Una dichiarazione, quella del presidente americano, che getta una luce ambigua sulla reale tenuta del vertice religioso di Teheran, considerando che Khamenei non è apparso in pubblico dal momento della sua designazione e le sue prime dichiarazioni sono state lette da un conduttore televisivo, con l’immagine del leader proiettata sullo sfondo.
Mentre la diplomazia internazionale arranca, il conflitto allarga la sua ombra ben oltre i confini iraniani. Un attacco condotto contro una base nel nord dell’Iraq, a Erbil, ha provocato la morte di un militare francese, il maresciallo Arnaud Frion, e il ferimento di diversi altri soldati impegnati nella coalizione anti-Isis. Emmanuel Macron ha definito l’accaduto inaccettabile, sottolineando con forza come la presenza francese nella regione sia strettamente legata alla lotta al terrorismo e non possa essere giustificata, né tantomeno presa di mira, nel quadro più ampio delle ostilità in corso con l’Iran. Un attacco simile ha preso di mira anche una base italiana nella medesima area, causando danni materiali e spingendo Roma a organizzare il progressivo rientro di parte del contingente, mentre si moltiplicano le difficoltà per gli stessi Stati Uniti nel riposizionare le proprie forze a causa delle minacce delle milizie filo-iraniane e delle restrizioni nello spazio aereo.
Uno scenario economico in ebollizione e scelte controverse
Sul fronte energetico, le quotazioni del petrolio sono tornate a superare la soglia dei cento dollari al barile, un effetto diretto della paralisi che sta colpendo lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita abitualmente circa un quinto del greggio mondiale. Il nuovo leader iraniano, nel suo primo messaggio pubblico diffuso a mezzo stampa, ha ribadito la volontà di mantenere chiusa quella rotta strategica, gettando ulteriore benzina sul fuoco dei mercati finanziari già provati dall’instabilità. A questo quadro complesso si aggiunge una decisione del Tesoro americano che ha sorpreso più di un osservatore: l’autorizzazione temporanea concessa ai Paesi per acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare. Una mossa, come spiegato dal segretario Scott Bessent, circoscritta e pensata per ampliare la portata globale delle forniture in un momento di crisi, senza che questa, a suo dire, comporti significativi benefici finanziari per Mosca, i cui introiti energetici derivano in gran parte dalle tasse riscosse alla fonte.
Nel frattempo, le operazioni militari continuano senza sosta. La stessa aviazione israeliana ha annunciato una nuova ondata di attacchi su vasta scala contro infrastrutture a Teheran, mentre il delle Guardie Rivoluzionarie islamiche ha lanciato quella che ha definito la quarantaquattresima ondata di attacchi contro obiettivi israeliani e basi statunitensi nella regione. Le cronache parlano di esplosioni avvertite fino a Dubai e di un continuo stillicidio di missili che rende sempre più concreto il rischio di un allargamento del conflitto. Nei cieli dell’Iraq, intanto, si è consumata anche la tragedia di un aereo cisterna KC-135 statunitense precipitato con i suoi sei membri dell’equipaggio, un incidente che il Pentagono ha attribuito a cause non legate al fuoco nemico, ma che nulla toglie al tributo di sangue pagato finora dalle forze della coalizione.




