Il Golfo non fa più da scudo, la sicurezza si negozia. E Teheran accusa Trump: «Tradisce la diplomazia»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le certezze un tempo granitiche riguardo all’architettura di sicurezza americana nel Golfo Persico, quella che per decenni ha garantito il fluire senza scossoni delle rotte energetiche globali, sembrano ormai appartenere a un’altra epoca. L’asse di protezione garantito da Washington non è più un dato di fatto, bensì un oggetto di trattativa continua, uno strumento negoziale sottoposto a continue verifiche sul campo. editorialedomani +3

A sancire questa mutazione epocale – che pochi analisti avrebbero previsto con una tale rapidità – sono le recenti dichiarazioni della Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, il quale ha efficacemente liquidato il concetto stesso di "scudo" fornito dalle basi americane, parlando invece di una regione che non tollererà più la presenza di "punti sicuri per le malefatte straniere". huffingtonpost +3

Parallelamente, a incrinare ulteriormente il già fragile equilibrio, è arrivata la bordata del consigliere militare Mohsen Rezaei, che ha accusato il presidente Donald Trump di aver "tradito la diplomazia" per la terza volta, inasprendo il blocco navale e proponendo richieste ritenute inaccettabili al tavolo negoziale. huffingtonpost +3

Lo stallo di Hormuz e la strategia della tensione

Nel crocevia dello Stretto di Hormuz, il polso della tensione rimane pericolosamente alto.

Il transito delle petroliere – e con esso una fetta significativa dell'economia mondiale – resta sotto pressione, soffocato da episodi di interferenza militare e dal pericolo concreto di blocchi improvvisi lungo quel corridoio d'acqua che è la linfa vitale del petrolio. bresciaoggi +3

Da una parte, l’amministrazione Trump sembra intenzionata a non arretrare di un millimetro fino a quando Teheran non accetterà condizioni draconiane (tra cui la rinuncia definitiva al programma nucleare e la rimozione dell’uranio arricchito), come trapelato al termine di una riunione nella Situation Room. editorialedomani +3

Dall’altra, la neonata leadership di Mojtaba Khamenei risponde con una retorica di sfida, rivendicando l'abbattimento di droni nemici e rifiutando qualsiasi umiliazione, consapevole – come ha ricordato il presidente del parlamento Ghalibaf – che l’Iran "non ottiene concessioni con il dialogo ma con i missili". È in questa morsa che la diplomazia arranca, trasformando ogni tentativo di distensione in un braccio di ferro dai risvolti imprevedibili. askanews +3

Il nuovo corso dei "falchi" a Teheran

La successione al vertice della Repubblica Islamica, sancita tragicamente dagli eventi del 28 febbraio, ha consegnato il timone a una generazione di dirigenti ancora più intransigente della precedente.

Se la nuova Guida Suprema è il figlio della precedente, e siamo formalmente passati da Ali a Mojtaba Khamenei, l’intero apparato di sicurezza nazionale è stato colonizzato dai suoi vecchi compagni di trincea, reduci della guerra dura e sanguinosa contro l’Iraq di Saddam Hussein. askanews +3

Generali come Mohammad Bagher Zolghadr o Yahya Rahim Safavi – figure che affondano le loro radici nella guerra degli anni Ottanta – rappresentano oggi l’anima dura del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Questa stretta ha sostanzialmente azzerato gli spazi per le ali più pragmatiche del regime, che pure in passato avevano favorito aperture interlocutorie con l’Occidente, cristallizzando una posizione negoziale che guarda con sospetto a qualsiasi concessione. editorialedomani +3

L’accusa di tradimento e il nodo del blocco navale

A gettare benzina sul fuoco è stata l’uscita pubblica di Mohsen Rezaei, figura influente e consigliere della Guida Suprema. Attraverso un post sul social X, Rezaei ha formalizzato l’accusa più pesante: "Come previsto, il presidente degli Stati Uniti sta tradendo la diplomazia per la terza volta".

Nel mirino del consigliere finiscono il prolungamento del blocco navale – che di fatto trasforma le acque del Golfo in un’area di interdizione – e quelle che lui definisce "richieste eccessive" avanzate dalla controparte americana. editorialedomani +3

Per Rezaei, Trump non è un interlocutore affidabile: la sua strategia, basata sulla pressione militare costante, dimostrerebbe invece una "non inclinazione alla trattativa" e il perseguimento di "altri obiettivi" non dichiarati.

È una lettura, quella iraniana, che fotografa un clima di sfida totale, in cui ogni mossa diplomatica viene filtrata attraverso la lente della diffidenza reciproca e dove la riapertura di Hormuz resta subordinata a un cambio di passo che, al momento, nessuna delle due capitali sembra disposta a compiere per prima. editorialedomani +3

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.