Israele, colonna di fumo nero su un sito industriale dopo l’intercettazione di un missile
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Redazione Esteri
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Una densa colonna di fumo nero si è alzata, nel pomeriggio del 29 marzo, da uno stabilimento industriale situato a Ramat Hovav, nel sud di Israele, dopo che un frammento di un missile – lanciato dall’Iran e prontamente intercettato dai sistemi di difesa aerea israeliani – è precipitato al suolo. L’impatto, sebbene abbia generato un evidente pennacchio di combustione visibile a diversi chilometri di distanza, non ha provocato, stando a quanto riferito dalle autorità locali, alcuna vittima o ferito tra i lavoratori del polo chimico e i residenti delle aree limitrofe.
L’allarme della popolazione e il ruolo dell’Idf
Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato, in una nota diffusa poco dopo l’accaduto, che i residenti della zona erano stati precedentemente allertati riguardo al lancio di missili da parte dell’Iran; le stesse difese aeree, hanno aggiunto, stavano operando in quelle stesse ore per intercettare il fuoco in arrivo, riuscendo a neutralizzare la maggior parte dei vettori prima che potessero colpire obiettivi sensibili. È proprio a seguito di una di queste intercettazioni – un’operazione complessa che genera inevitabilmente detriti e frammenti balistici – che un residuo del missile è caduto sul sito produttivo, innescando l’incendio poi domato dai vigili del fuoco senza conseguenze gravi per l’incolumità pubblica.
Gli attacchi israeliani a Teheran e il quadro bellico del 29 marzo
Parallelamente all’episodio di Ramat Hovav, le stesse Idf hanno rivendicato, in un post pubblicato sulla piattaforma X, una nuova ondata di attacchi mirati nel cuore della capitale iraniana, Teheran. I bersagli colpiti – hanno specificato – includevano centri di comando temporanei utilizzati dal regime, oltre a impianti di produzione e stoccaggio di missili balistici, sistemi di difesa aerea e posti di osservazione. L’offensiva, che si inserisce in un contesto di crescenti tensioni tra Israele e Iran con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti – dove Trump è di nuovo presidente – e di altre nazioni del Golfo, ha spinto il Pentagono, secondo quanto riportato dal Washington Post, a prepararsi per settimane di operazioni a terra, incluso un raid statunitense nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz.
Le reazioni diplomatiche italiane sul caso Pizzaballa
Sul fronte diplomatico, la giornata del 29 marzo ha registrato anche un vivace scambio tra Roma e Tel Aviv. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha fatto convocare l’ambasciatore di Israele per protestare contro il divieto d’ingresso – imposto dalle autorità israeliane – al patriarca di Gerusalemme dei Latini, Pierbattista Pizzaballa, impedito dall’accedere al Santo Sepolcro. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha definito il provvedimento come un atto che offende la libertà religiosa, mentre Tajani lo ha bollato come “inaccettabile”. Dall’altro lato, l’Iran ha accusato Israele di uccidere giornalisti per far tacere la verità, in un crescendo di accuse reciproche che accompagnano le operazioni militari in corso.




