Netanyahu accusa Hezbollah di sabotare la pace mentre le urne si aprono in Cisgiordania e Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua, che molti avevano ingenuamente scambiato per l’inizio di una stabilizzazione regionale, svela invece tutta la sua fragilità di fronte alle residue ostilità tra Israele e Hezbollah. Il premier Benjamin Netanyahu ha impartito un ordine chiaro alle Forze di Difesa Israeliane, quello di “attaccare con vigore” le infrastrutture del movimento filo-iraniano in Libano, accusandolo direttamente di tentare un’operazione di sabotaggio nei confronti degli sforzi diplomatici in corso. Dalle sue dichiarazioni, filtrate attraverso l’ufficio del premier, emerge la convinzione che il partito di Dio, nonostante le pressioni internazionali, stia deliberatamente violando i termini del cessate il fuoco, scavando un solco sempre più profondo tra le parti. Non si tratta, va detto, di episodi isolati di tensione di confine, bensì di una strategia che secondo Gerusalemme mira a minare qualsiasi ipotesi di soluzione negoziata, sfruttando la situazione umanitaria al collasso come leva di pressione. Gli scontri, che si susseguono ormai da diverse settimane, hanno subito un’ulteriore escalation proprio mentre nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania accadeva qualcosa che non si vedeva da quasi vent’anni.

Un voto sotto le bombe e l’assedio

Mentre l’attenzione dei media internazionali era quasi interamente catalizzata dalle manovre militari lungo il confine libanese, nei territori palestinesi prendeva forma un evento politico di rara portata simbolica: le prime elezioni locali dallo scoppio dell’ultima guerra, un appuntamento al quale sono chiamati a partecipare un milione e mezzo di elettrienella sola Cisgiordania occupata, ai quali se ne aggiungono circa 70mila nell’area di Deir al-Balah. È un’atmosfera surreale quella che si respira, se si considera il contesto di devastazione e l’assenza cronica di servizi di base; un osservatore dell’Onu ha comunque voluto definire il processo “credibile”, sottolineando l’importanza di questo esercizio democratico in un momento eccezionalmente difficile. Le liste, nella maggior parte dei casi, sono allineate con il partito laico-nazionalista Fatah o si presentano come indipendenti, con una assenza che suona come un boato: Hamas, che controlla di fatto gran parte della Striscia, non ha infatti presentato alcun candidato ufficiale. In molte città, complice la disillusione generale e la complessità logistica, è stata presentata una sola lista, determinando di fatto la vittoria automatica dei candidati, un fenomeno che racconta meglio di qualsiasi rapporto lo stato di salute della società palestinese.

La rappresaglia ordinata e le accuse incrociate

L’ordine impartito da Netanyahu, come riportato dalle agenzie di stampa internazionali, è arrivato a stretto giro di posta rispetto ad alcune azioni offensive attribuite alle milizie sciite. Il premier ha sostanzialmente dato il via libera alle truppe per neutralizzare quelle che vengono definite “minacce concrete” provenienti dal sud del Libano, dove la tregua appare ormai ridotta a un ricordo sfocato. Hezbollah, dal canto suo, respinge al mittente le accuse, sostenendo di agire esclusivamente in legittima difesa contro le violazioni israeliane; tuttavia, la narrazione ufficiale di Netanyahu parla chiaro, definendo le iniziative del movimento come un tentativo calcolato di far deragliare il treno della pace. Non è chiaro se vi siano state vittime nei raid immediatamente successivi all’annuncio, ma la retorica utilizzata da Gerusalemme lascia intendere una fase di attività militare intensificata mirata a colpire basi operative e depositi di armi. Si tratta di un copione già visto in passato, quello della “violazione” reciproca che legittima il ricorso alla forza, eppure stavolta lo scenario è reso ancora più esplosivo dal tentativo statunitense di mediare un’estensione della tregua, un tentativo che appare sempre più vano con il passare delle ore.

Il contesto umanitario e lo stallo politico

Se sul fronte militare l’ordine di Netanyahu ha riacceso le polveri, sul versante civile la situazione a Gaza rimane al limite del collasso, e le operazioni di voto si svolgono proprio in questo contesto di assoluta precarietà. A Deir al-Balah, dove le urne sono rimaste aperte fino al primo pomeriggio per permettere il conteggio dei voti in orario diurno a causa della cronica mancanza di elettricità, la gente si è messa in fila più per un gesto di resistenza civile che per una reale fiducia nella rappresentanza. D’altronde, i consigli municipali, per quanto fondamentali per la gestione di acqua e rifiuti, mancano di un vero potere legislativo e rappresentano l’unico baluardo di democrazia funzionante in assenza di elezioni presidenziali e parlamentari, congelate ormai dal lontano 2006. L’assenza di Hamas dal voto, una scelta che stride con il suo ruolo di potere effettivo nel territorio, ha lasciato spazio a indipendenti e a figure legate al Fatah di Abu Mazen, un presidente che, nonostante l’età avanzata e le promesse mai mantenute di rinnovamento, rimane saldamente al timone dell’Autorità Nazionale. Tra i vicoli distrutti e le macerie, il messaggio che arriva dagli elettori è amaro ma realistico: non ci si aspetta una svolta politica, semplicemente si cerca di affermare il diritto a esistere e a decidere, per quanto possibile, il proprio futuro immediato.

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