Pnrr, al via il centro nazionale rna: 320 milioni per terapie geniche e nuovi farmaci

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   I fondi pubblici del Pnrr, contrariamente a chi li dipingeva come un mero esercizio burocratico, si stanno rivelando un volano tangibile per la ricerca biomedica italiana. Lo si è visto chiaramente oggi all’Auditorium Valerio Nobili dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dove si è tenuto l’evento ‘Il futuro è adesso’, una tappa che segna la conclusione della prima fase – quella finanziata dal Piano – del Centro Nazionale per lo Sviluppo di Terapia Genica e Farmaci con Tecnologia a RNA. Non si tratta, va detto subito, di un semplice traguardo amministrativo: il centro ha infatti già messo a segno numeri impressionanti, frutto di una rete che coinvolge un centinaio di enti e duemila ricercatori, con un investimento complessivo di 320 milioni di euro.

Brevetti, startup e il salto dalla ricerca all’impresa

Uno degli aspetti più rilevanti emersi durante l’incontro – e che solitamente sfugge ai resoconti di cronaca – è la capacità di tradurre i risultati di laboratorio in asset concreti per il sistema produttivo. Il centro ha già depositato 48 brevetti e finanziato 95 progetti, alimentando quella che potremmo definire la nuova filiera italiana della salute. Non solo carta: da questi investimenti sono nate startup e iniziative di trasferimento tecnologico, con un’attenzione particolare alla creazione di un ponte stabile tra università, ospedali e aziende. L’obiettivo dichiarato, come spiegato dai responsabili, è quello di far sì che le scoperte non restino chiuse nei cassetti dei dipartimenti, ma diventino rapidamente farmaci. Una sfida, questa, che storicamente l’Italia ha faticato a vincere, ma i numeri attuali – 320 milioni pubblici che hanno generato una rete di competenze capillare – sembrano raccontare un’altra storia.

Le Car-T e le risposte su tumori solidi e malattie autoimmuni

Sul piano clinico, i progressi sono altrettanto significativi. L’oncoematologo Locatelli ha portato l’esempio delle terapie Car-T, quelle cellule del sistema immunitario che vengono modificate in laboratorio per riconoscere e attaccare un bersaglio specifico. Ebbene, il centro è riuscito ad attivarle non solo nei tumori del sangue – dove ormai rappresentano una realtà consolidata – ma anche in ambiti ben più complessi: i tumori solidi, le neoplasie del sistema nervoso centrale e alcune leucemie acute per le quali non esistevano prodotti approvati. Una svolta, quest’ultima, che apre scenari inediti anche per le malattie autoimmuni, come più volte anticipato dagli stessi ricercatori nel corso della giornata. Non si tratta di promesse, ma di risultati già conseguiti all’interno di questa prima fase di lavoro.

Infrastrutture aperte a tutti e formazione come pilastro

Il futuro del centro, però, non si esaurisce con la fine dei finanziamenti Pnrr. Rizzuto, uno dei coordinatori della struttura, ha ribadito che l’investimento continuerà – e anzi si rafforzerà – sia sulle infrastrutture che sulla formazione. L’idea è quella di mettere a disposizione di tutti i laboratori e le piattaforme tecnologiche finora realizzate: non solo per i grandi atenei del centro-nord, ma anche per le università più piccole, per le imprese che vogliono sviluppare un farmaco e per chiunque operi nella filiera. Un approccio, questo, che mira a evitare duplicazioni di costi e a rendere realmente sistemica la ricerca italiana. Con oltre mille pubblicazioni scientifiche all’attivo, il Centro Nazionale RNA dimostra che i soldi del Piano, se spesi con una regia chiara, possono lasciare un’eredità molto più solida di un semplice stanziamento contabile.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.