Il museo dei bambini al Pilastro, tra lo sgombero e il racconto di chi il progetto lo ha seguito
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Redazione Interno
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L’alba di ieri ha restituito immagini di tensione al parco Mitilini, Moneta e Stefanini, con le forze dell’ordine impegnate a liberare l’area del cantiere per il futuro Museo dei bambini e delle bambine, quel “Futura” – nome uscito da un concorso che aveva coinvolto i più piccoli – la cui nascita, finanziata con fondi pubblici per oltre sei milioni di euro, sembra incedere a strappi tra le polemiche. Non è la prima volta, va detto, che progetti di riqualificazione urbana nella città si scontrano con opposizioni radicali, ma in questo caso, a emergere è una narrazione che appare spaccata in due. Da una parte c’è la protesta del comitato MuBasta, che nei giorni scorsi ha visto alcuni suoi aderenti, assieme a un gruppo di giovanissimi del quartiere, forzare le recinzioni per poi piantare tende e organizzare un presidio permanente, finito con lo sgombero di ieri mattina e alcuni fermi da parte della polizia.
Dall’altra, però, c’è la voce di chi quel percorso lo ha vissuto dall’interno, seguendo l’iter che ha portato alla definizione del progetto vincitore. È il caso dell’architetto Jonathan Lazar, dello studio romano Aut Aut Architettura, che ha vinto il concorso indetto dal Comune e che proprio in queste ore tiene a sottolineare un aspetto specifico: il clima che si è respirato durante gli incontri pubblici nel quartiere non è stato, a suo dire, quello della contrapposizione frontale. Lazar ricorda di aver partecipato personalmente alle riunioni al Pilastro, momenti in cui – spiega – l’atteggiamento dei presenti non era improntato allo scontro. Anzi, a emergere sarebbero state soprattutto la curiosità e la richiesta di chiarimenti su come l’opera, pensata per entrare in sintonia con la biblioteca Spina e con gli spazi verdi circostanti, si sarebbe integrata nel contesto quotidiano di chi al Pilastro ci vive.
Un progetto nato tra laboratori e ascolto, la versione dell’amministrazione
Che il cantiere, dopo l’occupazione e i danneggiamenti – si parla di un escavatore sabotato e di una telecamera comunale distrutta – fosse ormai diventato un simbolo dello scontro, lo dimostrano le dichiarazioni delle ore successive allo sgombero. Il Comune, per bocca dell’assessore alla scuola Daniele Ara, rivendica la bontà del metodo seguito, fatto risalire a un lungo percorso partecipativo avviato anni fa, con laboratori, incontri e momenti di condivisione che hanno coinvolto scuole, famiglie e associazioni. Una campagna di ascolto, quella descritta da Palazzo d’Accursio, che avrebbe portato alla stesura di documenti allegati al progetto definitivo e che avrebbe visto, nei fatti, una sostanziale assenza di proteste fino al momento dell’avvio concreto dei lavori e dei primi abbattimenti di alcuni alberi.
L’assessore, intervistato nei giorni scorsi, aveva già tracciato una linea netta: la disponibilità al dialogo con chi avesse perplessità c’è sempre stata, prova ne sarebbero i quindici incontri pubblici organizzati solo dall’inizio del 2025, ma non si intende trattare con chi utilizza la violenza per bloccare un’opera pubblica. Una posizione, questa, che mira a distinguere tra la legittima contrarietà – che pure esiste e che l’amministrazione dice di voler continuare ad ascoltare – e le azioni di forza che hanno portato all’invasione del cantiere. D’altronde, il progetto ha anche i suoi sostenitori nel quartiere, tra chi lo vede come un’opportunità per dotare il Pilastro di un polo culturale dedicato ai bambini, capace di attrarre risorse e visitatori, e chi, più semplicemente, ne sottolinea la funzione sociale.
Le ragioni del comitato e la difesa del parco
Sul fronte opposto, però, le motivazioni addotte da chi si oppone all’opera sono altrettanto nette e affondano radici in una difesa del verde che, in questo caso, si intreccia con la memoria storica del quartiere. Il comitato MuBasta, la cui portavoce Laura Pasotti ha più volte denunciato la mancanza di un vero confronto, parla di un progetto calato dall’alto, di una cementificazione che snaturerebbe un’area verde vissuta quotidianamente da grandi e piccoli. Tra i contestatori, c’è anche chi, come Sergio Spina – figlio di Luigi Spina, che negli anni Sessanta si batté per salvare quel parco dall’edilizia – vede in queste ruspe un tradimento di quella storia e un’amministrazione sorda alle richieste degli abitanti.
Al centro della disputa, inevitabilmente, ci sono gli alberi. Quattro platani sono stati rimossi perché, secondo il progetto, interferivano con l’ingombro del nuovo edificio, e a questi si aggiunge un esemplare malato. L’amministrazione, però, rilancia con i numeri: a fronte delle piante tagliate, ne verranno messi a dimora trentotto nuovi, e nove saranno trapiantati altrove, con un bilancio complessivo del verde che, sostengono, sarà positivo anche grazie alla creazione di un tetto giardino e all’aumento delle superfici drenanti. Un’argomentazione, quella del bilancio arboreo positivo, che l’assessore Ara aveva già utilizzato per replicare alle accuse di speculazione, assicurando che il quartiere beneficerà di accessi agevolati alla struttura.
La notte di tensione e la ripresa del cantiere
Nella sera precedente lo sgombero, la situazione era apparsa nuovamente incandescente. Dopo una giornata di relativa calma, un gruppo di attivisti aveva tentato un nuovo assalto all’area, venendo respinto dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Sembrava, per alcuni momenti, che il parco potesse tornare al centro di una guerriglia, ma nella mattinata successiva, sotto scorta, gli operai hanno potuto fare ritorno al lavoro. È ripresa, così, l’attività nel cantiere, ora vigilato e blindato, mentre i componenti del comitato promettevano di presidiare la Questura per chiedere il rilascio dei fermati e di non abbandonare la difesa del parco.
La frattura, a questo punto, appare profonda e difficilmente ricomponibile nel breve termine. Da un lato, un’istituzione che procede spedita rivendicando la legittimità democratica di una decisione presa e finanziata, dall’altro una parte di cittadinanza che si sente esclusa e che vede nell’opera una minaccia al proprio spazio vitale. Restano, sullo sfondo, le parole di chi il museo lo ha progettato e che, forte della sua esperienza negli incontri pubblici, racconta di un clima ben diverso da quello che le cronache degli ultimi giorni restituiscono, fatto di domande e di curiosità piuttosto che di proteste.




