Il governo prova a blindare i prezzi mentre lo Stretto di Hormuz diventa un polveriera
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Redazione Interno
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Il sottosegretario all’Economia Sandra Savino, in un’intervista all’Adnkronos, ha provato a tracciare una linea di prudenza attiva: “Monitoriamo con attenzione l’andamento dei prezzi, anche con controlli mirati, e, se dovessero emergere criticità specifiche, si potranno valutare anche interventi diversi, più mirati e settoriali”. Una dichiarazione che arriva mentre le interruzioni nel traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz – dovute al conflitto che vede coinvolta l’Iran – spingono verso l’alto il costo del greggio, e con esso l’intera catena degli approvvigionamenti. L’impatto, già rilevabile sui mercati internazionali, si trasferisce rapidamente sui consumi finali, mettendo a dura prova un’economia che non può permettersi scosse aggiuntive.
Energia e guerra: l’Italia razionale in uno scenario irrazionale
La responsabilità di governare l’Italia fino alla fine della legislatura, spiegano fonti di maggioranza, impone una scelta di campo chiara: evitare a ogni costo un’elezione anticipata che spaccherebbe il Paese e produrrebbe solo paralisi. L’idea di fondo è comprare tempo, continuare a fare le cose e mettere a frutto il capitale della stabilità – quella stessa stabilità che l’esecutivo considera il suo scudo più efficace. Se, come tutte le persone di buon senso auspicano, la guerra iraniana si fermasse – con il suo carico di morti e il falò delle regole della civiltà moderna, entrambi odiosi – la guerra energetica da essa innescata avrebbe comunque conseguenze di lungo periodo sugli approvvigionamenti e sui trasporti del commercio globale. Nessuno, nel governo, si illude che un cessate il fuoco basti a far rientrare all’istante la pressione sui listini.
Boeri: “Questa crisi può essere peggiore del Covid”
Tito Boeri, economista dell’Università Bocconi, ha usato parole che suonano come un allarme rosso: “L’Italia è particolarmente vulnerabile. Per la sua dipendenza energetica e per il fatto che non siamo usciti dalla procedura di disavanzo eccessivo. Abbiamo bisogno di maggiore attenzione ai problemi economici del Paese. Niente più distrazioni per favore”. Un giudizio secco, quello di Boeri, che inquadra la tenuta sociale come un fronte già incrinato. La crisi nel Golfo, aggiunge, potrebbe rivelarsi persino più dirompente della pandemia – un paragone pesante, che nessun esponente politico ha finora voluto commentare apertamente. Ma il rischio, per un Paese con i conti pubblici ancora sotto esame europeo, è che l’aumento dei prezzi energetici inneschi una spirale inflazionistica difficilmente governabile con i soli strumenti ordinari.
La guerra non diventi una foglia di fico
C’è però un’altra lettura, che circola sottotraccia negli ambienti parlamentari: il conflitto, sporco affare ma anche opportunità, potrebbe offrire al governo una via d’uscita dalla curva al ribasso generata dalla debacle referendaria. Il viaggio a sorpresa di Giorgia Meloni nel Golfo e le parole del ministro Giancarlo Giorgetti sulla “inevitabile” deroga europea alla regola del tre per cento raccontano, secondo molti osservatori, la stessa storia. È sullo scenario della crisi bellica che l’esecutivo si giocherà la rivincita nell’anno che conduce l’Italia alle elezioni del 2027 – un orizzonte ancora lontano, ma che già condiziona ogni mossa. La sfida, per Palazzo Chigi, è trasformare l’emergenza in leva di governo senza che questa diventi una semplice foglia di fico per ritardare le riforme strutturali.




