Profanata la tomba di Pamela Genini, decapitato il cadavere e portata via la testa
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Redazione Interno
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La ferocia che aveva segnato la fine di Pamela Genini, uccisa a Milano nell’ottobre del 2025 dall’ex compagno che non accettava la fine della relazione, sembra essersi trasferita, in una forma ancora più oscura, nel luogo che avrebbe dovuto restituirle un ultimo, seppur flebile, spazio di pace. A distanza di mesi da quel femminicidio consumato con oltre trenta coltellate – un numero che di per sé parla della furia incontrollabile di chi ha agito – la vicenda giudiziaria si è arricchita di un capitolo agghiacciante che sposta l’attenzione dal delitto alla sua macabra prosecuzione. La salma della giovane modella, che attendeva di essere trasferita dal loculo alla cappella di famiglia nel cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo, è stata profanata con un gesto tanto insensato quanto meticoloso: la testa è stata asportata e fatta sparire, lasciando il Corpo mutilato all’interno di un feretro che qualcuno aveva già manomesso.
La scoperta durante il trasloco della salma
A fare l’agghiacciante scoperta sono stati, lunedì, gli operai delle pompe funebri incaricati proprio di quel trasferimento. Mentre si accingevano a eseguire le procedure per spostare il feretro nella nuova sepoltura, si sono resi conto che qualcosa non tornava: il loculo, violato, presentava segni evidenti di un’intrusione. Non ci sono state esitazioni; la chiamata ai carabinieri è scattata immediata. È stato solo alla presenza dei militari, una volta aperta la bara per verificare lo stato della salma, che l’orrore si è palesato nella sua interezza. Del di Pamela Genini, martoriato in vita da una violenza inaudita, mancava la testa. Un’assenza che trasforma il gesto criminale in un’offesa che non conosce limiti temporali, quasi a voler inscenare un ultimo, aberrante atto di possesso su una donna che in vita era stata aggredita proprio per aver rivendicato la propria libertà.
L’indagine della procura di Bergamo
La procura di Bergamo ha immediatamente aperto un fascicolo d’inchiesta, concentrando le indagini su due fattispecie di reato: il vilipendio di cadavere e il furto della testa. Si tratta di accertamenti complessi, che dovranno ora chiarire come sia stato possibile profanare una tomba all’interno di un cimitero senza destare l’attenzione degli altri frequentatori o del personale di sorveglianza, così come ricostruire la tempistica dell’accaduto. Gli inquirenti stanno setacciando le immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona e raccogliendo testimonianze per identificare l’autore o gli autori di un’azione che, per la sua efferatezza simbolica, non può essere letta come un atto vandalico comune. La scelta di asportare la testa, piuttosto che limitarsi a danneggiare il feretro, suggerisce agli investigatori una possibile matrice di odio personale, un legame con la vittima o con il contesto della sua morte violenta.
L’ombra del femminicidio e le minacce alla famiglia
A rendere il quadro ancora più torbido è il contesto da cui proviene questa vicenda. Pamela Genini, 29 anni, fu uccisa dal suo ex compagno, un 52enne che aveva tentato in ogni modo di opporsi alla fine della loro relazione. Quel delitto, avvenuto a Milano, si era già distinto per la sproporzione della violenza, un’esecuzione privata che aveva scosso l’opinione pubblica. Ora, l’attenzione si sposta sulla cerchia ristretta delle persone che avevano un interesse morboso nei confronti della vittima. Non sono mancati, in passato, episodi di minacce nei confronti dei genitori della ragazza, un dettaglio che la procura sta valutando con attenzione per capire se possa esserci un filo conduttore tra quelle intimidazioni e l’atto di profanazione. Il fatto che la bara sia stata aperta e mutilata in un luogo sacro come un cimitero aggiunge un ulteriore strato di gravità, configurando un’azione che mira a ferire non solo la memoria della defunta, ma anche la sua famiglia, già provata da un lutto tragico.




