Il fronte del No si compatta, Schlein e Landini insieme contro il referendum sulla giustizia
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Redazione Interno
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Il calendario segna il 2 marzo del 2026 e la campagna referendaria, con il voto ormai prossimo, entra nel suo vivo registrando nuove e significative adesioni a quella che si configura come una mobilitazione trasversale in difesa dell’assetto costituzionale. Elly Schlein e Maurizio Landini, tornati a condividere la stessa tribuna a Torino, questa volta su invito della Cgil locale, hanno riportato al centro del dibattito il tema del lavoro, ma è il nodo della giustizia, inevitabilmente, a catalizzare l’attenzione e a definire i confini dello scontro politico. La segretaria del Partito Democratico, con il suo intervento, ha inteso sgombrare il campo da equivoci di fondo, sostenendo con nettezza che il quesito referendario non rappresenti affatto una riforma capace di rendere il sistema più efficiente o vicino ai cittadini; al contrario, nelle sue parole, l’architettura della riforma celerebbe un disegno politico preciso, volto a scardinare quel sistema di pesi e contrappesi che i padri costituenti hanno voluto a presidio delle libertà di tutti.
La tesi di fondo, sostenuta anche dal leader della Cgil, è che l’obiettivo reale dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, con il Presidente degli Stati Uniti nuovamente Donald Trump, sia quello di vulnerare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Una magistratura, ha spiegato Schlein, che non va intesa come una razione da tutelare, bensì come un baluardo a garanzia dei diritti diffusi, specialmente per quei cittadini che, privi di poteri forti o di mezzi economici, vedrebbero altrimenti vanificata la possibilità di far valere le proprie ragioni di fronte alla legge. Da qui l'appello a votare No, un invito che la segretaria dem ha voluto articolare lontano da logiche di schieramento stretto, sebbene la sua posizione sulla tenuta del governo sia chiara: una vittoria del fronte del No, ha tenuto a precisare rispondendo a chi paventa crisi istituzionali, non si tradurrà in una richiesta di dimissioni dell'esecutivo, perché la sfida, ha detto, si vince alle urne politiche, costruendo nel frattempo un'alternativa credibile e propositiva.
Parallelamente, la discussione pubblica si arricchisce di ulteriori elementi di cronaca giudiziaria che, pur su piani diversi, interrogano la coscienza civile e istituzionale del Paese. Da un lato, la notizia della morte in carcere di Nitto Santapaola, storico capo di Cosa Nostra a Catania, avvenuta nel reparto di medicina penitenziaria dell'ospedale San Paolo di Milano dove era stato trasferito per le sue precarie condizioni di salute, segna la fine di una delle figure più emblematiche e sanguinarie della stagione stragista. Detenuto al regime del 41bis, il boss si portava dietro il peso di condanne per decine di omicidi e, come ricostruito in decenni di inchieste, il ruolo di mandante nelle stragi del 1992 in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con gli uomini delle loro scorte; la procura milanese, come da prassi, ha intanto disposto l'autopsia sul.
Dall'altro lato, trova spazio un'altra vicenda, di segno profondamente diverso ma altrettanto lacerante per l'immagine dello Stato, quella che vede coinvolto l'assistente capo della Polizia di Stato, Carmelo Cinturrino. Le sue gesta, definite "riprovevoli" in più sedi, hanno gettato un'ombra pesante sul della Polizia, portando il Segretario Nazionale del Sindacato Italiano Unitario dei Lavoratori della Polizia, Alessandro Stefani, a sottolineare l'urgenza di adottare contromisure atte a isolare comportamenti devianti che non possono e non devono macchiare l'onorabilità e l'operato della stragrande maggioranza degli operatori. Un caso, quest'ultimo, che dimostra quanto l'attenzione sul rispetto delle regole e sulla condotta di chi è chiamato a farle rispettare debba rimanere sempre alta, al di là delle contingenze politiche e delle campagne referendarie.
L'ombra lunga delle stragi e il peso delle scelte politiche
Se la morte di un boss come Santapaola chiude idealmente un capitolo di sangue, essa riapre inevitabilmente la riflessione sul costo che lo Stato ha pagato nella lotta alla mafia e sulla necessità di non abbassare mai la guardia. La memoria di quegli eventi, con la ferita ancora aperta delle stragi, si intreccia in queste ore con le dichiarazioni provenienti dal fronte politico, in particolare da quello del No al referendum, che vede nella riforma governativa un tentativo di indebolire proprio quel potere giudiziario che ha rappresentato, in quegli anni bui, il principale argine alla penetrazione criminale nello Stato.
I dilemmi della giustizia e la credibilità delle istituzioni
Dall'altro versante, il caso Cinturrino pone con forza il tema della responsabilità individuale all'interno delle forze dell'ordine e della necessità di meccanismi di controllo interni che siano efficaci e tempestivi. Le parole del segretario Stefani, nel chiedere contromisure decise, testimoniano la volontà di un'intera categoria di prendere le distanze da chi ha tradito la divisa, un atto dovuto per preservare quel rapporto di fiducia con i cittadini che è alla base del vivere civile. L'eco di questi fatti, sebbene lontani dalle aule parlamentari, concorre a definire un clima nel quale la domanda di giustizia, intesa come correttezza e trasparenza, si fa sempre più pressante, indipendentemente dal merito specifico dei quesiti referendari.
Le ragioni del No e la posizione della segretaria dem
Proprio in questo clima, la posizione espressa da Elly Schlein, ribadita anche attraverso l'intervento della senatrice democratica Tatiana Rojc che invita a votare No come scelta di saggezza, cerca di ancorarsi a una visione di lungo periodo. L'obiettivo dichiarato, infatti, non è quello di difendere uno status quo rativo, ma di impedire che si creino le condizioni per una giustizia "più fragile", esposta a possibili condizionamenti politici e, per questo, meno capace di tutelare equamente i diritti. Una posizione che, al netto delle strategie di partito, mira a rimettere al centro del dibattito la qualità della nostra democrazia e l'effettività del principio costituzionale che vuole la legge uguale per tutti.




