Suviana, il dolore e i conti in rosso: l’appello di Lepore “Non si lascia il territorio senza l’idroelettrico”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono trascorsi due anni esatti da quella maledetta giornata del 9 aprile, quando l’inferno si è aperto nei piani interrati della centrale di Bargi, sul lago di Suviana. Un anniversario, quello del 2026, che non porta con sé il rumore assordante dei mezzi di soccorso o la frenesia disperata della lotta contro il tempo, ma che è stato scandito da un silenzio assoluto, rotto solo dal fragore metaforico delle parole del sindaco di Bologna, Matteo Lepore. Questi ha lanciato un monito chiaro – e per certi versi impopolare – a chi amministra il paese: non si può abbandonare l’Appennino a sé stesso, né rinunciare a una risorsa strategica come quella idroelettrica, nonostante il sangue versato in quel tratto di appennino bolognese.

“Non si può lasciare questo territorio senza una strategia importante come quella dell’idroelettrico”, ha scandito Lepore, allineandosi del resto alla linea già tracciata dal presidente della Regione, Michele de Pascale. E lo ha fatto in un momento storico in cui le tensioni geopolitiche – aggravate da un contesto di mercato energetico instabile e da un’inflazione che non accenna a placarsi del tutto – renderebbero paradossale un arretramento proprio su questa fonte rinnovabile. Lepore, nel suo ragionamento, ha messo il dito nella piaga dei tempi, sottolineando come il rischio di una giustizia troppo lenta rischi di paralizzare il futuro dell’impianto. È un passaggio delicato, questo: da un lato c’è l’assoluta necessità di rispettare i tempi della magistratura, che sta ancora scandagliando le cause del disastro costato la vita a sette operai; dall’altro, la consapevolezza che la politica non può permettersi il lusso di restare immobile in attesa dei verdetti.

Il ricordo senza veli e la sete di verità dei sindacati

Nel giorno della commemorazione, sul posto non c’erano né le massime cariche istituzionali né i familiari delle vittime. Solo i colleghi. Quelli che condividevano il turno con Vincenzo Garzillo, Vincenzo Franchina, Mario Pisani, Pavel Petronel Tanase, Adriano Scandellari, Paolo Casiraghi e Alessandro D’Andrea. Una scelta, quella della distanza fisica, che lascia trasparire tutta la difficoltà di metabolizzare una tragedia che ha segnato profondamente la storia della sicurezza negli impianti idroelettrici nazionali. E proprio mentre i riflettori si spegnevano sul luogo della sciagura, le segreterie nazionali di Filctem Cgil, Flaei Cisl e Uiltec Uil hanno rotto l’assedio del silenzio per rilanciare una richiesta che non può più essere ignorata: quella della verità. Non basta il cordoglio, insomma; serve fare luce su quanto accaduto in quella centrale, per evitare che nomi come quelli di Vincenzo, Pavel o Adriano diventino solo un tragico numero di bilancio.

Il buco nei conti pubblici e la doppia penalizzazione per Camugnano

Ma la ferita di Suviana non è solo morale o giudiziaria: è anche, in maniera assolutamente concreta, economica. A due anni dallo scoppio, il territorio ne paga le conseguenze anche attraverso un dissesto finanziario strisciante che colpisce i Comuni dell’alto Appennino. Solo per il Comune di Camugnano, quello che ospita fisicamente l’impianto di Bargi, i conti non tornano più. Dove prima arrivavano i contributi che Enel versa obbligatoriamente per lo sfruttamento dei corsi d’acqua – una sorta di royalty per l’uso di un bene comune – oggi c’è un vuoto. Una volta che la centrale si è fermata, quei soldi non sono più stati erogati. E per un piccolo ente locale, abituato a fare quadratini con bilanci di pochi milioni di euro, il buco è enorme. La dinamica è spietata: meno energia produci, meno introiti ricevi; e visto che l’impianto è sotto sequestro e inagibile, la produzione è azzerata. Un circolo vizioso che rischia di strozzare un’area che non ha altre industrie a cui aggrapparsi, e che ora si trova a dover fare i conti con casse sempre più vuote proprio mentre cerca di rialzare la testa dopo il trauma. Enel, da parte sua, ha già versato cifre nell’ordine dei 600mila euro in un decennio, ma con l’impianto fermo le casse del territorio sono destinate a restare asciutte ancora a lungo.

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