Granchio blu, l’invasione da 62 tonnellate e il piano che punta al contenimento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sessantaduemila chili in pochi mesi. Un numero che, da solo, restituisce la dimensione di un fenomeno ormai lontano dall’essere una semplice emergenza stagionale e che, invece, si è stabilmente insediato lungo centocinquanta chilometri di costa veneta. È il dato emerso a Rovigo, in Provincia, nel corso dell’incontro convocato per fare il punto sul progetto “Blue Crab Action Plan”, il piano di monitoraggio voluto dalla Regione – in collaborazione con Arpav, Veneto Agricoltura e le università di Padova e Venezia – che per la prima volta ha restituito una fotografia scientifica e sistematica dell’invasione, mostrandone la natura ormai strutturale.

Una fotografia sistematica del fenomeno

Alla base della strategia di contrasto, dunque, non c’è più solo l’urgenza di arginare una specie aliena capace di devastare la filiera ittica – a partire dai bivalvi, tanto che gli spaghetti con le vongole sono diventati un piatto quasi irraggiungibile – ma la consapevolezza, suffragata dai dati raccolti, che l’eradicazione sia un obiettivo fuori portata. Lo si è ribadito durante la riunione presieduta dall’assessore regionale alla pesca, Dario Bond, che ha riunito attorno a un tavolo il commissario straordinario Enrico Caterino, il direttore di Veneto Agricoltura Federico Caner, Franca Baldessin per Arpav, oltre a docenti e ricercatori delle due università, ai tecnici, ai sindaci dei comuni interessati e al presidente della Provincia di Rovigo, Enrico Ferrarese, senza dimenticare le organizzazioni professionali di pesca, le cooperative e i consorzi di allevamento.

L’approccio, di conseguenza, cambia radicalmente: se non è possibile eliminare il crostaceo, si dovrà imparare a conviverci, trasformando quella che era un’emergenza in una gestione strutturale. Il monitoraggio sistematico ha permesso di osservare l’evoluzione delle ondate migratorie – la prima nel 2023, oggi si è arrivati alla quarta – e di affinare le tecniche di contenimento. Tra queste, gli allevatori di vongole continuano a sperimentare l’efficacia delle gabbie di protezione, ma il sistema che si è rivelato più efficace resta quello della pesca mirata durante il periodo riproduttivo, con un prelievo che lo scorso anno ha raggiunto circa ottocento tonnellate nel periodo compreso tra aprile e luglio, mentre quest’anno le operazioni sono iniziate già nei primi giorni di marzo, segnale di un’anticipazione del ciclo che il piano dovrà ora inrare.

La pesca come strumento e l’apertura al mercato

Oltre alle strategie di cattura, il “Blue Crab Action Plan” ha iniziato a delineare anche un percorso diverso, volto a trasformare l’invasione in un’opportunità economica. L’apertura al mercato – con la creazione di una filiera dedicata – diventa un tassello centrale: non solo per ridurre il numero degli esemplari, ma per sostenere economicamente chi di mestiere si trova a fronteggiare quotidianamente questa presenza invasiva. Un tema che ha attraversato l’incontro rovigese, nel corso del quale è emersa chiaramente la necessità di coniugare la difesa della produzione ittica tradizionale con lo sviluppo di un nuovo segmento di mercato legato proprio al granchio blu.

In questo contesto, la ricerca universitaria sta fornendo un contributo determinante, sia per quanto riguarda le dinamiche riproduttive della specie – fondamentali per programmare i periodi di prelievo – sia per analizzare l’impatto sulla biodiversità locale. C’è, però, anche un fattore naturale che sta giocando a favore degli equilibri marini e che è stato portato all’attenzione durante il tavolo tecnico: il ruolo delle tartarughe marine. Sembra, dalle osservazioni condotte, che questi rettili abbiano letteralmente messo l’alieno nella loro dieta. Un dato, quello illustrato dall’assessore Bond, che suona quasi come una nota di cauta speranza: almeno una tartaruga su tre tra quelle sottoposte ad analisi si è rivelata ghiotta del granchio blu, contribuendo a una forma di predazione naturale che, se da sola non può risolvere il problema, rappresenta comunque un elemento di pressione aggiuntivo non trascurabile.

Dall’emergenza alla gestione strutturale

L’incontro in Provincia ha segnato, insomma, un passaggio di fase. Non si tratta più di correre ai ripari dopo un’ondata improvvisa, ma di gestire un fenomeno che ha ormai colonizzato stabilmente l’Alto Adriatico. I dati presentati – frutto del lavoro congiunto di Arpav, Veneto Agricoltura e degli atenei – confermano che la presenza del crostaceo è capillare e che gli sforzi devono concentrarsi sulla resilienza delle attività economiche colpite e sul mantenimento di un equilibrio ambientale possibile. Per i pescatori e gli allevatori di bivalvi, riuniti in cooperative e consorzi, si tratta di adattare metodi e attrezzature: dalle gabbie di protezione, che continuano a essere testate e perfezionate, alla programmazione dei prelievi in funzione dei cicli riproduttivi che il monitoraggio ora permette di prevedere con maggiore precisione.

L’assessore Bond, circondato dai tecnici e dai rappresentanti delle istituzioni locali, ha voluto sottolineare come la sfida sia ormai diventata quella di integrare la presenza del granchio blu nelle dinamiche produttive della filiera ittica veneta. Un cambio di paradigma che, abbandonata l’idea di poter invertire la rotta con un’azione straordinaria, punta a costruire un sistema di convivenza sostenibile, dove la pesca diventa al contempo strumento di difesa e motore di un nuovo mercato. Il piano, avviato dalla Regione come azione di contrasto a una delle emergenze ambientali e sociali più gravi degli ultimi anni, si trasforma così in un laboratorio permanente di gestione, con l’obiettivo dichiarato di restituire prevedibilità a un settore, quello della pesca e dell’acquacoltura, messo a dura prova.

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