Il petrolio arranca mentre l'oro resiste, tra dazi e tensioni geopolitiche

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Redazione Economia Redazione Economia   -   I future sul greggio hanno mostrato un andamento incerto nelle ultime sedute, oscillando tra timidi rialzi e bruschi arretramenti, in un contesto segnato dalle mosse di Washington e Bruxelles contro le esportazioni russe. Nella giornata di ieri, 14 luglio, l’oro nero aveva chiuso con un incremento dello 0,28%, portandosi a 68,64 dollari, mentre il metallo giallo registrava una risalita analoga, attestandosi a 3.368,4. Un equilibrio fragile, però, che già questa mattina ha lasciato il posto a un’inversione di tendenza: il WTI è sceso a 66,55 dollari, perdendo 0,43 punti percentuali rispetto alla chiusura precedente.

Le misure annunciate da Trump, che ha imposto dazi più severi sul greggio russo, insieme alla decisione dell’UE di abbassare ulteriormente il tetto massimo per le esportazioni da Mosca, hanno contribuito a spingere i prezzi verso il basso. La mossa, che costringe la Russia a vendere a condizioni svantaggiose, ha ridotto l’appeal del suo petrolio, spingendo molti acquirenti verso alternative mediorientali o statunitensi. Se da un lato queste politiche hanno l’obiettivo di limitare i ricavi del Cremlino, dall’altro stanno generando un effetto deflattivo sul mercato globale, con ripercussioni immediate sui listini.

Parallelamente, il gas naturale sembra trovare un sostegno più solido, consolidandosi al di sopra della media mobile a 200 giorni, mentre l’oro – nonostante una leggera flessione odierna – mantiene una tenuta migliore rispetto al greggio, riflettendo la sua tradizionale funzione di bene rifugio in fasi di incertezza. Le oscillazioni dei derivati energetici, del resto, risentono non solo delle dinamiche geopolitiche, ma anche di fattori tecnici, come la resistenza psicologica dei 70 dollari per il WTI, livello che ieri non è riuscito a superare in modo convincente.

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