Petrolio in bilico tra tensioni geopolitiche e strategie produttive
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Redazione Economia
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Il greggio Light Sweet, dopo aver chiuso la seduta del 30 settembre in netto territorio negativo, ha registrato un calo dell'1,19%, un movimento che le analisi tecniche interpretano come l'indicatore di un peggioramento strutturale. La prospettiva, che si è andata delineando con chiarezza, lascia intravedere la possibilità di una discesa fino al prossimo supporto significativo, individuato attorno alla quota di 61,50 dollari. Qualora, peraltro, si verificasse un improvviso cambio di passo con un rafforzamento dei listini, lo scenario attuale verrebbe completamente scardinato, innescando una dinamica rialzista il cui obiettivo primario sarebbe il superamento della resistenza a 64,29 dollari.
Timido recupero del petrolio all'apertura del primo ottobre
All’apertura della giornata successiva, il future sul petrolio ha mostrato un timido segnale di recupero, posizionandosi poco al di sopra dei livelli di chiusura del precedente fixing. L’oro nero, nonostante l’andamento piatto del derivato sull’oro che non ha registrato variazioni di rilievo, ha infatti aperto a 62,59 dollari, segnando un progresso dello 0,35%. Una relativa stabilità, la sua, che è apparsa però precaria e di breve durata.
La nuova flessione del WTI e le voci sull'OPEC+
La fragilità di quella ripresa è emessa in tutta la sua evidenza poche ore dopo, quando il greggio WTI ha ripreso a scivolare verso i minimi giornalieri, perdendo quasi il 2% sul valore. La causa di questo ulteriore passo indietro è da ricercarsi in alcune voci di mercato, le quali lascerebbero intendere che l’OPEC+ stia valutando di incrementare l’estrazione di 500.000 barili al giorno per ciascuno dei prossimi tre mesi. Se i prezzi erano già sotto pressione, e le perdite iniziali erano state in parte riassorbite nel corso della seduta, l’annuncio di una potenziale immissione di così ampia portata ha esercitato un nuovo e vigoroso impulso al ribasso, spingendo le quotazioni nuovamente verso la soglia dei 62 dollari.
Il fattore Russia e i nuovi elementi rialzisti
A complicare ulteriormente un quadro già saturo di incertezze, si inserisce con forza il fattore russo, che sta assumendo i contorni di un nuovo elemento rialzista in un mercato globalmente ancora in surplus. La produzione di carburanti nel paese, infatti, ha subito un crollo in seguito agli attacchi alle infrastrutture, eventi che hanno spinto Mosca a imporre significative limitazioni all’export. A questo si accompagnano crescenti rischi, ormai sempre più concreti, che potrebbero investire da vicino anche le stesse estrazioni di greggio. Se da un lato permangono forti le influenze ribassiste, alimentate in primis dalle politiche dell’OPEC, si comincia a osservare un cambiamento di orientamento da parte dei fondi d’investimento, un segnale che trova conferma nel tentativo del Brent di testare con decisione il livello dei 70 dollari.




