Borse, l’Europa cauta aspetta una svolta dall’Iran mentre il Brent scende sotto i 100 dollari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La cautela è tornata a fregiarsi del ruolo di sentimento dominante sui listini del Vecchio Continente, dove gli investitori – nonostante un ottimismo di fondo alimentato dalle ultime dichiarazioni provenienti da Washington – trattengono il fiato in vista di un fine settimana che si preannuncia decisivo per le sorti del conflitto mediorientale. Se è vero che il presidente americano, Donald Trump, ha più volte ribadito nelle scorse ore di essere “molto vicino” a un accordo con Teheran, è altrettanto vero che i mercati, scottati dalle altissime tensioni delle scorse settimane, preferiscono muoversi con i piedi di piombo, aspettando la prova del nove dei prossimi colloqui. A rassicurare parzialmente gli animi, nel frattempo, ha contribuito l’entrata in vigore di una tregua di dieci giorni tra Libano e Israele, un primo, concreto segnale di distensione che ha però un valore temporale limitato e che non ha ancora scalfito le vere e proprie spine nel fianco dell’economia globale, a cominciare dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Il petrolio scende ma lo spettro dell’embargo resta

Il termometro più sensibile di questa fase di attesa resta senza dubbio il greggio, la cui impennata nelle scorse settimane aveva rischiato di far deragliare la ripresa. Nella seduta di oggi, il Brent scambia sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile – attestandosi intorno a quota 97,66 dollari con un ribasso dell’1,73% – mentre il Wti arretra in maniera analoga. Un sollievo, quello registrato sui listini, che tuttavia non deve trarre in inganno: la tregua è ancora fragile e, come sottolineato da più parti, il blocco navale imposto dagli Stati Uniti rimane in vigore, così come restano sospesi i transiti delle petroliere. Di fatto, la minaccia di un’impennata dei prezzi è solo sopita, pronta a riesplodere al primo cedimento del tavolo negoziale. Gli operatori sanno bene che la partita vera si giocherà sulla riapertura dello Stretto, condizione indispensabile per allentare definitivamente la morsa sull’inflazione e ridare fiato alle catene di approvvigionamento energetico dell’Europa.

Piazza Affari spunta il segno più, Londra resta indietro

A livello di singole piazze finanziarie, lo scenario che si delinea a metà mattinata è quello di un’Europa a due velocità, dove il Vecchio Continente cerca di allungare il passo dopo un avvio appunto cauto. Milano si distingue per vivacità, guadagnando lo 0,65% e issandosi così in vetta alla classifica dei listini, seguita da Francoforte (+0,6%) e Parigi (+0,4%). Soffre invece Londra, che arretra dello 0,1% restando sotto la parità, probabilmente appesantita dalla sua maggiore esposizione alle commodity e alla sterlina. Gli scambi, in generale, sono caratterizzati da volumi contenuti, tipici di una seduta di attesa, ma il sentiment positivo verso il rischio è confermato anche dai future americani, che viaggiano in territorio positivo in vista dell’apertura di Wall Street. A sostenere gli acquisti, seppur in maniera selettiva, è proprio la prospettiva – ancora tutta da verificare – che la diplomazia possa ricucire lo strappo con Teheran, restituendo prevedibilità a un sistema economico che ne ha urgente bisogno.

Il gas cala, l’oro perde smalto

Il movimento ribassista non riguarda soltanto il petrolio, ma si estende ad altre materie prime che avevano beneficiato della fuga verso beni rifugio nelle fasi più calde del conflitto. Il gas naturale, in particolare, segna un calo dell’1,9% scendendo a 41,66 euro al megawattora, un dato che porterà un po’ di sollievo alle bollette delle famiglie e alle imprese energivore dopo i picchi registrati a marzo. Analogamente, l’oro – da sempre bene porto sicuro per eccellenza – cede lo 0,5%, scivolando a 4.792 dollari l’oncia. Un segnale, questo, che gli investitori stanno progressivamente abbandonando le posizioni difensive per riallocare il capitale verso asset più rischiosi, nella speranza che il cessate il fuoco in Libano possa rappresentare il preludio a una distensione più ampia. Resta da capire, però, se il vertice del weekend riuscirà a trasformare questa cauta tregua in un accordo strutturale, capace di scongiurare il pericolo di una nuova, improvvisa escalation.

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