La lezione di papa Leone XIV a Napoli: «un anelito di giustizia che non si lascia sopraffare»
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Redazione Interno
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C’è un filo rosso, sottile ma tenace, che lega due città complesse come Pompei e Napoli, e quel filo, scandito dalla voce di papa Leone XIV, si è riannodato in una giornata di ininterrotta partecipazione popolare. L’8 maggio, il pontefice ha compiuto una visita lampo ma densa di significati, muovendosi prima tra i vicoli del Santuario campano e poi nel cuore barocco del capoluogo partenopeo. A fare da contraltare alla cronaca di un territorio spesso associato a pieghe oscure – quelle della camorra e del degrado – è stata proprio la scelta del papa di non eludere il dolore, ma di trasformarlo in un atto di presenza fisica e pastorale. Lui, che si è definito «il primo benedetto» per essere giunto al cospetto della Madonna nel giorno della Supplica, ha voluto ribadire un principio semplice eppure dirompente: esiste una forza di resistenza civile che non ha bisogno di eroi, ma di testimoni silenziosi.
Ad accoglierlo a Napoli, in piazza del Plebiscito gremita, c’era il sindaco Gaetano Manfredi, il quale ha subito incassato le parole del papa come uno «stimolo forte ad andare avanti» in quel processo di cambiamento che, a suo dire, la città sta già vivendo. «In questa città – aveva detto poco prima il pontefice – scorre un anelito di vita, di giustizia e di bene che non può essere sopraffatto dal male». Una frase che, per chi ha attraversato decenni di inchieste giudiziarie e di omertà, suona quasi come un’assoluzione collettiva, ma anche come un monito. Manfredi, evitando retorica trionfalistica, ha preferito parlare di «non mollare», come se l’identità di Napoli fosse fatta più di ostinazione quotidiana che di proclami.
La supplica e la contessa dimenticata
La mattinata a Pompei, invece, ha avuto un sapore quasi archeologico, perché il papa ha voluto riesumare una figura spesso relegata ai margini della narrazione ufficiale: la contessa Marianna Farnararo de Fusco. Lei, insieme a Bartolo Longo, viene considerata una delle fondatrici della città, una presenza originaria e quasi tutelare senza la quale il celebre Tempio della Carità forse non esisterebbe. Affiancato dall’arcivescovo monsignor Tommaso Caputo, Leone XIV ne ha richiamato la memoria, restituendole un ruolo che la cronaca locale aveva in parte rimosso. Un gesto non casuale, se si pensa che la Supplica, la preghiera recitata davanti alla Madonna, acquista peso proprio grazie alla continuità tra chi ha gettato le fondamenta e chi oggi le calpesta con fede.
Tra ammalati, disabili e una papamobile che abbraccia
Prima della messa solenne, il pontefice ha voluto incontrare gli ospiti delle strutture di carità annesse al santuario: un passaggio toccante che ha anticipato l’uscita in piazza Bartolo Longo, dove migliaia di fedeli lo attendevano. Lui, salito sulla piccola papamobile predisposta per l’occasione, si è lasciato abbracciare da quella folla composita – fatta di giovani, anziani, mamme con bambini e persino qualche scettico accorso più per curiosità che per devozione. L’incontro con gli ammalati e le persone con disabilità, in particolare, ha avuto il sapore di una liturgia parallela, silenziosa eppure più eloquente di molti sermoni.
Il pomeriggio nel cuore di Napoli: clero e popolo uniti
Nel primo pomeriggio, l’elicottero papale ha virato verso Napoli. Prima tappa il Duomo, dove il discorso al clero e ai consacrati ha scavato nel rapporto spesso tormentato tra istituzioni ecclesiastiche e una società liquida. Ma è stato l’incontro in piazza del Plebiscito, con la cittadinanza, a restituire l’immagine più autentica della giornata: un mare di persone che non chiedeva miracoli, ma che cercava forse solo una legittimazione del proprio quotidiano resistere. Il papa, dal palco, non ha lanciato anatemi contro la criminalità organizzata né ha stilato liste di buone intenzioni. Ha semplicemente ricordato che quell’anelito di bene, censito tra le pieghe di una città che «non molla», è più forte di qualsiasi resa. E ha lasciato che fossero i fatti – la calca ordinata, gli occhi lucidi di chi si sente visto – a parlare per lui.




