Nucleare iraniano, il mistero dell’uranio scomparso: 400 chili spariti dopo i raid

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il guscio è stato rotto, ma dentro non c’era nulla. Nei tre siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan — colpiti prima da Israele, poi dagli Stati Uniti e di nuovo dall’aviazione israeliana — i 408,6 chili di uranio arricchito al 60% segnalati a maggio dall’Agenzia atomica delle Nazioni Unite sembrano essersi volatilizzati. Se Teheran avesse davvero intenzione di costruire un ordigno nucleare, quel materiale sarebbe più che sufficiente. Ma ora, come ammettono fonti vicine agli ispettori, «nessuno sa dove sia».

Mentre il cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Qatar tiene — almeno per ora —, l’incognita più inquietante riguarda proprio il programma atomico iraniano. Donald Trump ha rivendicato la sua distruzione totale con l’operazione Martello di Mezzanotte, condotta dai bombardieri B-2. Eppure, secondo analisti più cauti, i danni potrebbero essere stati parziali, lasciando spazio a un’accelerazione segreta. L’obiettivo? Dotare il regime degli ayatollah di armi nucleari, o almeno di una «bomba sporca», un mix di esplosivo convenzionale e materiale radioattivo da affidare a gruppi terroristici.

Quattordici bombe americane da 13 tonnellate l’una per annientare poco più di quattro quintali di uranio: è questa l’aritmetica della guerra tra Washington e Teheran. Ma quei chili mancanti sollevano domande cruciali. Distrutti davvero, o nascosti in qualche tunnel scavato nella montagna, pronti per essere ulteriormente arricchiti? Richard Nephew, esperto che ha lavorato sul dossier iraniano sotto Obama e Biden, non ha dubbi: se il materiale fosse ancora integro, il rischio sarebbe altissimo

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