La Cina pronta a prendere in custodia l’uranio iraniano, ma Teheran chiude (di nuovo) Hormuz
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Redazione Esteri
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Mentre le trattative per porre fine al conflitto in Iran entrano in una fase di altissima tensione, emerge la posizione della Cina sul futuro delle scorie nucleari del regime degli ayatollah. Pechino, secondo quanto riferito ad Associated Press da un diplomatico a conoscenza dei dossier, si è detta disponibile a prendere fisicamente in consegna o a contribuire alla diluizione di circa 440 chilogrammi (pari a 970 libbre) di uranio altamente arricchito. Un materiale, questo, che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha più volte indicato come ostacolo principale per la firma di un accordo di pace duraturo, insistendo affinché venga rimosso dal territorio iraniano. Inizialmente l’amministrazione statunitense premeva per portare il materiale direttamente negli Stati Uniti, anche se fonti diplomatiche suggeriscono come l’offerta cinese possa rappresentare una soluzione di compromesso, considerando che la scorta sarebbe attualmente sepolta sotto i siti nucleari gravemente danneggiati dai bombardamenti americani dello scorso giugno.
La controffensiva diplomatica di Pechino
L’offerta della Cina – che prevede la rimozione dell’uranio verso il proprio territorio o la riduzione in loco del suo livello di arricchimento per usi civili – giunge in un momento di stallo delle comunicazioni dirette tra Washington e Teheran. Se da un lato Trump sostiene che il regime abbia accettato di sospendere il programma nucleare, arrivando a ipotizzare una cooperazione congiunta per l’estrazione e il trasporto del materiale (escludendo però l’impiego di truppe americane a terra), dall’altro la diplomazia iraniana ha smentito con fermezza qualsiasi intesa sul trasferimento delle scorie. Una dinamica, quest’ultima, che riporta alla mente il precedente del 2015, quando Teheran accettò di spedire migliaia di chili di uranio a bassa percentuale in Russia. Stavolta, tuttavia, la diffidenza reciproca è alimentata anche dalla questione cruciale dello Stretto di Hormuz, da sempre polveriera energetica per eccellenza.
Hormuz: l’apertura lampo e la nuova chiusura
Dopo settimane di escalation seguite all’attacco del 28 febbraio, il ministero degli Esteri iraniano aveva annunciato la riapertura dello Stretto, approfittando della tregua in Libano e dichiarando il passaggio “completamente aperto” per le navi commerciali, sebbene fosse già stato chiarito che sarebbe servito il via libera dei Pasdaran e che non sarebbe stato consentito il transito a unità militari. Una tregua illusoria, a quanto pare. Trump ha prontamente ringraziato per il gesto, ma ha ribadito con forza che il blocco navale statunitense – imposto per paralizzare le esportazioni petrolifere iraniane – sarebbe rimasto “pienamente in vigore” fino alla definizione di un accordo complessivo. Una posizione, quella americana, che ha scatenato la reazione durissima di Teheran: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha prima avvertito che lo Stretto sarebbe stato richiuso se il blocco non fosse cessato, salvo poi passare dalle parole ai fatti. Le autorità iraniane hanno infatti revocato la riapertura, rimettendo il controllo del canale sotto la “severa supervisione” delle forze armate e minacciando l’introduzione di pedaggi e restrizioni selettive.
L’incognita delle scorie e il braccio di ferro navale
La partita, quindi, si gioca su due tavoli paralleli e strettamente connessi. Da una parte c’è la questione nucleare, dove la disponibilità cinese a gestire l’uranio potrebbe rompere l’impasse, a patto che Teheran ceda sul principio di spossessarsi del suo stock più prezioso. Una concessione, questa, che il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha escluso categoricamente, dichiarando che l’uranio “non verrà portato da nessuna parte”. Dall’altra parte c’è la realtà cruda del terreno: lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una fetta significativa del greggio mondiale, resta un’arma di ricatto nelle mani di Teheran. Gli Stati Uniti, forti della loro supremazia navale, non mostrano segni di cedimento, mentre la Cina – pur mantenendo rapporti commerciali strategici con l’Iran – si propone come garante esterno per scongiurare il rischio di un’escalation incontrollata. Una partita a scacchi, insomma, dove ogni mossa diplomatica rischia di essere vanificata dalla successiva contromossa militare o dal secco “no” pronunciato a distanza tra i due storici rivali.




