Fordo, il sito nucleare sigillato prima dell’attacco Usa: l’uranio è sparito
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Redazione Esteri
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L’attacco americano ai siti nucleari iraniani, annunciato da Donald Trump come un’operazione risolutiva, ha lasciato dietro di sé più domande che certezze. Le immagini satellitari mostrano i danni inflitti a Fordo, l’impianto scavato nella montagna dove Teheran conduceva le sue attività più sensibili. Ma quello che preoccupa davvero gli analisti è la scomparsa di 408 chili di uranio arricchito, materiale che – se finisse nelle mani sbagliate – potrebbe alimentare il rischio di una "bomba sporca".
Secondo fonti dell’intelligence, il materiale sarebbe stato trasferito in strutture segrete prima che i bombardieri B-2 colpissero il sito. Una mossa che, se confermata, dimostrerebbe come l’Iran avesse previsto l’offensiva e avesse preso contromisure per salvaguardare il cuore del suo programma atomico. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), riunitasi d’urgenza lunedì, ha lanciato un monito sulle conseguenze dell’escalation: «Il sistema di non proliferazione globale è in pericolo», ha dichiarato il direttore, sottolineando che senza una soluzione diplomatica «la violenza potrebbe raggiungere livelli senza precedenti».
L’attacco, sferrato nella notte tra sabato e domenica con un impiego massiccio di mezzi – dai missili cruise alle bombe da 14.500 kg – ha portato a un cessate il fuoco tra Iran e Israele, seppur fragile. Ma mentre le diplomazie cercano di stabilizzare la tregua, resta l’interrogativo più grande: dove sia finito l’uranio. Trump insiste nel sostenere che il programma iraniano sia stato «annientato», ma voci discordanti, incluso chi teme un’accelerazione verso l’atomica, gettano ombre sulla reale portata del successo americano.




