Israele espande il sito nucleare di Dimona, mentre l’Aiea smonta le accuse a Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, giustifica l’offensiva contro l’Iran sostenendo che Teheran fosse prossima a completare un ordigno nucleare – "nove bombe atomiche in sei mesi", secondo il ministro della Difesa Yoav Gallant – un rapporto del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) rivela che proprio Israele sta ampliando il proprio programma atomico nel deserto del Negev. A Dimona, dove si produce plutonio, i lavori proseguono nonostante le denunce internazionali rimangano concentrate quasi esclusivamente sul dossier iraniano.

Netanyahu, che ha definito l’attacco preventivo "una necessità per la sopravvivenza dello Stato ebraico", non ha tuttavia fornito prove concrete delle sue affermazioni. Al contrario, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), attraverso il direttore Rafael Grossi, ha dichiarato di non aver riscontrato "alcuno sforzo sistematico" da parte dell’Iran per sviluppare armi nucleari. "Potrebbero esserci attività nascoste che sfuggono ai nostri ispettori – ha ammesso Grossi in un’intervista alla Cnn – ma al momento non esistono elementi che confermino un programma militare".

L’unico dato preoccupante, secondo l’Aiea, è l’arricchimento dell’uranio al 60%, livello tecnicamente superfluo per usi civili e mai raggiunto da altri Paesi. Una scelta che Teheran giustifica con esigenze di ricerca medica, ma che alimenta sospetti. Eppure, mentre i leader mondiali – incluso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che sui social ha ribadito con toni apocalittici l’intolleranza verso un Iran nucleare – si allineano alle tesi israeliane, pochi mettono in discussione il non detto su Dimona.

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