La balena Timmy liberata nel Mare del Nord, ma il lieto fine si tinge di polemica: nessun segnale dal Gps e i finanziatori si dissociano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Era il 3 marzo quando una giovane megattera, lunga una decina di metri e lontana anni luce dal suo habitat naturale nell’Atlantico, è stata avvistata nelle acque bassissime del Mar Baltico al largo della costa tedesca. Timmy – questo il nome che i media locali hanno affibbiato al cetaceo – è rimasto intrappolato per settimane tra i banchi di sabbia del mare di Poel, indebolito, disorientato e con vistosi segni di una malattia della pelle causata proprio dalla scarsa salinità di quel mare. Quello che sembrava un destino segnato, dato per spacciato da alcuni esperti del settore e dichiarato “non salvabile” dalle autorità tedesche all’inizio di aprile, si è invece trasformato in un’operazione rischiosa e controversa che si è conclusa con il suo rilascio.

Un salvataggio “impossibile” tra critiche e speranze

Il lungo calvario dell’animale ha rapidamente diviso l’opinione pubblica e, cosa più rilevante, la comunità scientifica internazionale. Da un lato, l’Istituto tedesco per la fauna marina aveva praticamente alzato bandiera bianca: le condizioni del cetaceo apparivano così compromesse che ogni ulteriore tentativo di salvataggio sarebbe stato, a loro dire, un atto di crudeltà destinato a prolungare inutilmente l’agonia. Dall’altro, una cordata di imprenditori privati – due facoltosi mecenati che avevano deciso di finanziare la missione “a qualsiasi costo” – ha spinto per un’estrema, quanto folle, controffensiva. L’idea del traino su una chiatta, inizialmente osteggiata, è diventata realtà dopo che il ministro dell’Ambiente del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Till Backhaus, ha dato il via libera, definendo l’intervento un “esperimento”.

L’operazione e la fuga verso il Mare del Nord

Il piano era tanto semplice nella teoria quanto complesso nella pratica. I soccorritori sono riusciti a far salire la megattera su una chiatta allagata dopo aver scavato un canale nella sabbia e aver usato delle cinghie per guidarla. Sabato 2 maggio, l’imbarcazione ha raggiunto le acque del Mare del Nord al largo della Danimarca, a circa 70 chilometri dalla costa di Skagen. È qui che Timmy è stato liberato. “Ora nuota da sola e liberamente e, almeno per il momento, nella giusta direzione”, ha dichiarato ai media Karin Walter-Mommert, una degli investitori che, con la sua fortuna nel mondo delle corse ippiche, ha contribuito a finanziare la missione. Le immagini dei droni hanno mostrato il cetaceo che lasciava la chiatta e iniziava a muoversi autonomamente, tenendo il muso verso l’oceano; un soffio d’aria dalla sua testa ha sancito, per chi ha assistito, la riuscita dell’impresa.

Polemica immediata e silenzio dal trasmettitore

Tuttavia, il lieto fine che sembrava profilarsi all’orizzonte si è subito scontrato con una nuova, fitta, ondata di polemiche. Non appena la balena è stata rilasciata, i finanziatori dell’operazione hanno preso le distanze in maniera netta dalle modalità di esecuzione. In una nota indirizzata al quotidiano Bild, Karin Walter-Mommert e Walter Gunz hanno dichiarato di non essere stati coinvolti nel rilascio vero e proprio, accusando l’equipaggio della chiatta di aver agito in autonomia e di aver impedito ai veterinari di effettuare l’ultimo controllo prima della liberazione. A complicare ulteriormente il quadro, c’è il silenzio del localizzatore Gps che era stato applicato sull’animale. A distanza di ore dal rilascio, nessun segnale è stato captato, lasciando tutti – autorità e soccorritori – nell’assoluta incapacità di sapere se Timmy stia effettivamente nuotando verso l’Atlantico o se, esausto, stia seguendo una rotta diversa lungo le coste norvegesi.

Il dibattito etico e la violazione delle procedure

Se la sorte del cetaceo resta appesa a un filo (o a un trasmettitore che non funziona), il dibattito sulla legittimità etica dell’operazione è più acceso che mai. I detrattori, come il biologo marino di Greenpeace Thilo Maack che aveva previsto la morte imminente dell’animale, vedono in questa vicenda la conferma di un’ingerenza umana dannosa: spostare un esemplare così debole e malato, sostengono, non è stato altro che un atto di egoismo mediatico. Al contrario, chi ha manovrato le cinghie e le chiatta rivendica il successo di un’impresa senza precedenti. Ad alimentare la rabbia dei sostenitori, c’è la rivelazione che l’equipaggio della nave “Fortuna B” avrebbe minacciato di gettare in mare il cellulare di uno dei membri del team di soccorso, impedendo di fatto la documentazione video e l’assistenza medica continua pattuita. Il ministro Backhaus, nel confermare la mancata ricezione dei dati di localizzazione, ha espresso il suo disappunto per una gestione che definisce opaca, mentre Greenpeace ha già sottolineato l’assurdità di aver liberato l’animale proprio nel bel mezzo di una delle rotte marittime più trafficate d’Europa. Per ora, Timmy è solo un punto interrogativo nell’immensità grigia del Mare del Nord.

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