La sfida dei 12 paesi ai coloni in Cisgiordania: sanzioni e stop alle importazioni
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Redazione Esteri
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Una stretta senza precedenti che coinvolge dodici nazioni occidentali e che rischia di riaprire una frattura profonda con Israele. Il Regno Unito, la Francia e il Canada, insieme ad altri nove paesi, hanno annunciato l'adozione di sanzioni economiche mirate contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, considerati illegali dal diritto internazionale, e l'introduzione di un divieto nazionale all'importazione di merci provenienti da quelle aree.
L'iniziativa, capeggiata da Londra e Parigi, segna un inasprimento delle relazioni diplomatiche con il governo di Benjamin Netanyahu e arriva in un momento di crescente tensione, alimentato dalla violenza dei coloni e dall'espansione sistematica delle colonie.
La dichiarazione congiunta e i meccanismi delle sanzioni
A dare l'annuncio ufficiale, l'8 settembre, sono stati i primi ministri dei tre paesi promotori: il laburista britannico Andy Burnham, il canadese Mark Carney e il presidente francese Emmanuel Macron. In una dichiarazione congiunta, i tre leader hanno definito l'espansione delle colonie come una minaccia diretta e urgente alla soluzione dei due Stati, ribadendo che tali insediamenti violano il diritto internazionale. Le misure adottate non si limitano al semplice embargo commerciale.
Come precisato dal ministro degli Esteri britannico Ed Miliband davanti al parlamento di Londra, le sanzioni colpiranno anche le aziende e i singoli individui che forniscono servizi di costruzione, finanziamento, infrastrutture o pubblicità funzionali all'espansione degli insediamenti. Inoltre, il governo britannico ha formalmente modificato la propria posizione legale, dichiarando l'occupazione israeliana dei territori palestinesi come illegittima.
A queste decisioni hanno fatto eco le dichiarazioni dei ministri degli Esteri di altri nove paesi, tra cui Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia, che hanno espresso l'intenzione di introdurre restrizioni nazionali simili o di sostenere misure a livello europeo, sottolineando la natura "rapidamente deteriorante" della situazione in Cisgiordania a causa della violenza senza precedenti dei coloni.
La reazione di Israele e il fronte interno
La risposta di Israele alle sanzioni britanniche è stata immediata e dura, con il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar che ha annunciato una serie di contromisure. Tra queste, la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, l'espulsione del personale britannico da un centro di coordinamento guidato dagli Stati Uniti a Gaza e il divieto d'ingresso per dodici funzionari britannici ritenuti "anti-Israele", tra cui il leader del partito laburista Jeremy Corbyn.
Sa'ar ha definito le accuse di Miliband, che aveva parlato di "pulizia etnica" da parte dei coloni, come "oltraggiose ed errate", avvertendo che "l'era in cui si poteva agire contro Israele senza risposta è finita". La tensione è palpabile anche sul piano interno, dove Israele ha recentemente avviato le gare d'appalto per il progetto di insediamento E1, che prevede la costruzione di oltre 1.200 nuove unità abitative nel cuore della Cisgiordania, un'area considerata cruciale per la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese.
Il ruolo degli Stati Uniti e la posizione italiana
In questo scenario di crescente isolamento diplomatico per Israele, il ruolo degli Stati Uniti si rivela complesso. Secondo quanto riferito dal sito Axios, l'amministrazione Trump non si è opposta all'iniziativa a guida britannica. Funzionari americani avrebbero espresso frustrazione per le politiche del premier Netanyahu in Cisgiordania, tanto che l'ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, aveva recentemente definito "terroristi" un gruppo di coloni responsabili di atti di violenza.
Tuttavia, il Segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che gli Stati Uniti non aderiranno alle sanzioni, dichiarando di non voler alimentare ulteriori destabilizzazioni in un'area già critica. Sul fronte europeo, emerge invece la posizione dell'Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che il nostro paese non ha aderito al gruppo dei dodici, preferendo coordinare le proprie scelte in ambito Unione Europea.
Una scelta che ha scatenato le critiche delle opposizioni, con il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle che hanno parlato di un governo privo di dignità, mentre la leadership di Israele ha accolto con favore questa divergenza tra i partner occidentali. Secondo i media, Gerusalemme starebbe valutando di adottare misure simili a quelle contro il Regno Unito anche nei confronti di altri paesi che dovessero seguire l'esempio, minacciando di espellere diplomatici e interrompere la cooperazione in materia di sicurezza.
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