Figc, dopo Gravina si apre la corsa alla poltrona: Del Piero è solo una suggestione, pesano Malagò, Abete e Marani

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate con un ritardo di quarantotto ore che molti addetti ai lavori hanno definito “sintomatico” di una resistenza ormai insostenibile, hanno ufficialmente aperto il vaso di Pandora dei palazzi del calcio che contano. La data cerchiata in rosso sui calendari è quella del 22 giugno, giorno in cui le sorti della Federcalcio verranno affidate a un nuovo numero uno; intanto, per presentare le candidature c’è tempo fino a metà maggio. In questo vuoto di potere temporaneo – che qualcuno, come l’ex presidente del Coni Franco Carraro, ha definito “un errore preoccupante” visto che la scelta del nuovo commissario tecnico rischia di arrivare a Mondiali già iniziati – si stanno facendo largo una serie di nomi pesanti. Tra le ipotesi più affascinanti, ma al momento scarsamente consistenti sul piano dei numeri, c’è quella che vorrebbe Alessandro Del Piero, l’ex capitano e indimenticato numero 10 della Juventus, pronto a scendere in campo per occupare la poltrona di via Allegri. Se ne è parlato molto, dopo che alcuni colleghi di Tuttosport hanno rilanciato la suggestione, ma nel gergo degli addetti ai lavori quella di Pinturicchio resta una candidatura “di bandiera” più che una concreta ipotesi di governo del sistema.

L’intreccio di potere tra Coni e Leghe: Malagò sfida Abete

La partita vera, quella che si gioca sugli equilibri di peso massimo, vede attualmente in testa un terzetto di candidati che hanno dalla loro curriculum e, soprattutto, il controllo di componenti federali fondamentali per il voto. Il favorito assoluto, quello che spaventa e attira consensi trasversalmente, è Giovanni Malagò. Reduce dall’esperienza ai vertici del Coni e ancora caldo per la gestione della Fondazione Milano Cortina, Malagò rappresenterebbe una discontinuità secca rispetto alla gestione Gravina. Il problema, per lui, è entrare nel “fortino” della Federazione: la Lega di Serie A potrebbe sostenerlo, ma i Dilettanti (che pesano per il 34% dei voti) fanno muro con un candidato tutto loro. Quello è Giancarlo Abete, 86 anni portati con la lucidità di chi ha già governato la Figc dal 2007 al 2014, dimettendosi dopo l’amara spedizione in Brasile. Abete non è solo un nome: è il presidente della Lega Nazionale Dilettanti, cioè la componente più pesante del consiglio federale. Chi lo accusa di essere una figura di “traghettatore” dimentica che, nel calcio italiano, la pazienza è merce rara ma i voti sono sacri.

Marani e le sorprese: la politica dei seggi e il caso Albertini

In mezzo a questi due giganti, c’è spazio per un outsider che però non è esattamente una new entry: Matteo Marani. L’attuale numero uno della Lega Pro, apprezzato per i tentativi di riforma di una categoria spesso dimenticata (e piena di fallimenti come Trapani e Siracusa), rappresenta la carta della discontinuità morbida. Marani ha il vantaggio di non avere inimicizie pesanti e di conoscere i meccanismi della macchina da dentro, ma la domanda che circola nei corridoi dell’Intercontinental è se avrà mai la forza di battere i “pesi massimi” come Malagò o la macchina organizzativa di Abete.

Un altro profilo, più defilato ma che aleggia costantemente sulla Federazione, è quello di Demetrio Albertini. L’ex centrocampista, già vicino alla presidenza in altre turbolente assemblee, gode dell’apprezzamento del settore tecnico e dell’Assocalciatori, ma al momento non sembra avere la spinta propulsiva necessaria a scardinare i giochi già avviati dalle componenti maggiori. E poi ci sono le “suggestioni bianconere” o rossonere: se Del Piero è il nome che fa sognare i tifosi, quello di Paolo Maldini è l’incognita che periodicamente torna nei discorsi, ma al momento priva di un reale sostegno politico nelle riunioni che contano.

L’ombra del commissariamento e la lezione della storia

Sullo sfondo di questo bailamme politico, dove i "deretani sulle sedie" rischiano solo di cambiare forma senza che la sostanza del potere venga intaccata, non è affatto tramontata l’ipotesi del commissariamento. Se entro le scadenze previste nessuna delle cordate riuscisse a trovare un equilibrio, il Coni potrebbe decidere di mettere le mani in pasta: una soluzione estrema, certo, ma non nuova per il calcio italiano. Basta ricordare gli strascichi di Calciopoli, quando Franco Carraro (all’epoca ai vertici) fu travolto dallo scandalo e la Federcalcio venne commissariata per mettere ordine in un caos che aveva visto retrocedere la Juventus e revocare due scudetti. La storia, in questo caso, non è solo memoria: è un monito per chi pensa che cambiare il nome sull’etichetta possa risolvere i problemi strutturali di una nazionale che ha mancato l’ennesimo appuntamento con i Mondiali. E mentre le correnti si riuniscono e gli agenti come Martorelli tuonano contro il sistema, la sensazione è che il 22 giugno assisteremo più a una spartizione di poltrone che a una vera rivoluzione.

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