Figc, Malagò e Abete in corsa per la successione a Gravina: si vota il 22 giugno

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La quiete, quella apparente che aveva avvolto i palazzi del calcio italiano nelle settimane successive alla mancata qualificazione mondiale, è stata definitivamente infranta. I giochi per la successione a Gabriele Gravina, dimissionario dopo l’ennesimo flop della Nazionale, sono entrati nel vivo con la formalizzazione delle due candidature che animeranno l’assemblea elettiva del 22 giugno. Da una parte c’è Giovanni Malagò, il presidente uscente del Coni reduce dal successo organizzativo delle Olimpiadi invernali, e dall’altra Giancarlo Abete, attuale numero uno della Lega Nazionale Dilettanti (LND) e vecchia conoscenza del numero uno di via Allegri.

L’ufficialità è arrivata al termine di una lunga fase di mediazioni e contatti informali, quelli che i cosiddetti “grandi elettori” hanno intessuto per tastare il polso al sistema. Se Malagò, forte del peso specifico della Serie A e di un recente endorsement raccolto tra le fila di calciatori e allenatori, sembra poter contare su un pacchetto di preferenze tale da avvicinarlo pericolosamente alla maggioranza necessaria, Abete non ha alcuna intenzione di gettare la spugna. Anzi, la sua discesa in campo – formalizzata recandosi personalmente nella sede federale di Roma – rappresenta un tentativo chiaro di ricompattare il fronte del calcio di base, quel 34% di peso elettorale che fa gola a entrambi i contendenti.

La sfida tra due pesi massimi del sistema sportivo

Il duello, dunque, è destinato a consumarsi su fronti opposti ma complementari. Malagò, già ampiamente dato in vantaggio dalla vigilia, porta con sé l’eredità di una macchina organizzativa (quella olimpica) collaudata e una visione forse meno legata alle logiche di bottega che hanno storicamente afflitto la Federazione. Eppure, Abete non è certo un gregario: la sua esperienza diretta alla presidenza Figc, ricoperta tra il 2007 e il 2014, gli consente di muoversi con destrezza tra i meccanismi regolamentari e le esigenze delle componenti minori, quelle che spesso fanno la differenza nello spoglio delle schede.

Mentre Malagò predica la discontinuità e la modernizzazione degli impianti (forte anche dei rapporti istituzionali maturati a Cortina), Abete rilancia con il mantra del “prima i programmi, poi i nomi”. Quest’ultimo, conscio di rappresentare l’anima più radicata del movimento, quella dei territori e delle società dilettantistiche, cerca di smarcarsi dalle accuse di essere solo un candidato di bandiera, rivendicando la necessità di discutere le idee prima di legarsi a un uomo solo al comando.

L’intreccio delle alleanze e il peso dei numeri

Se lo scenario è ormai definito, è il caso di guardare al dettaglio dei numeri per capire quanto sia in salita la corsa per Abete. Secondo i pesi elettorali in vigore, la LND controlla infatti la fetta più grande della torta, ma non sufficiente a garantire la vittoria al primo turno senza una serie di alleanze trasversali. Dagli incontri informali svoltisi nelle scorse settimane emerge che Malagò avrebbe già incassato il gradimento di una fetta consistente del fronte dei professionisti, mentre Abete punta a scardinare questo fronte facendo leva sull’autonomia dei singoli delegati, molti dei quali non sono disposti a ricevere indicazioni di voto dall’alto.

La sfida, quindi, non è solo generazionale o di stile, ma rappresenta uno snodo cruciale per gli equilibri futuri del calcio italico. Il fatto che non siano scesi in campo “uomini immagine” del calcio giocato, come alcuni illustri ex campioni che pure erano stati accostati alla poltrona di presidente, lascia intendere come le logiche di potere interno continuino a privilegiare la politica spicciola e le alleanze di peso piuttosto che la suggestione dei nomi altisonanti.

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