Il parafulmine Abete e il piano della Lega: la successione a Gravina si gioca sui contenuti

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Nel calcio italiano che ancora prova a rimarginare le ferite dell’ennesima débâcle mondiale – quella maturata a Zenica contro la Bosnia e valsa la terza esclusione consecutiva dalla fase finale – la macchina della ricostruzione istituzionale si è messa in moto da qualche giorno, seppur con il passo cauto di chi deve evitare passi falsi in un terreno minato da veti e controvoglie. La data cerchiata in rosso sui calendari dei dirigenti federali è quella del 22 giugno, giorno in cui l’assemblea elettiva della Figc sarà chiamata a eleggere il successore di Gabriele Gravina, dimessosi dopo il flop -9; ma la vera partita, quella che potrebbe determinare il profilo del nuovo presidente e la sua legittimazione, si giocherà ben prima, entro il 13 maggio, termine ultimo per la presentazione delle candidature.

A fare da ago della bilancia in queste settimane cruciali è Giancarlo Abete, presidente della Lega Nazionale Dilettanti nonché ex numero uno della Federcalcio tra il 2007 e il 2014. Lui, che ormai ha quasi 76 anni, si è ritagliato un ruolo anomalo, quasi costituzionale: non tanto quello di candidato – ipotesi che ha più volte liquidato con ironia, attribuendo la ricorrenza del suo nome alla “lista in ordine alfabetico” -3 – quanto quello di “presidente della Repubblica” del pallone, ossia il garante che prova a cucire uno straccio di accordo tra le anime divise del movimento. La sua strategia, del resto, è chiara e l’ha ripetuta in più di un’intervista: “Bisogna partire dai contenuti, non dai nomi”. Un modo, questo, per mettere in secondo piano le ambizioni personali e provare a costruire una piattaforma programmatica che convinca anche i più scettici.

I numeri del voto e l’agenda della Serie A

Sullo sfondo di queste manovre, c’è la consapevolezza di un dato matematico ineludibile: il peso specifico dei voti non segue affatto la gerarchia economica delle competizioni. In assemblea, i Dilettanti guidati da Abete controllano da soli il 34% dei voti, una fetta gigantesca che nessun altro componente può ignorare, mentre la Lega di Serie A deve accontentarsi di un 18% -2; un divario che spiega perché i club di vertice, pur forti del loro indiscusso potere finanziario, preferiscano giocare la partita sul terreno delle idee piuttosto che su quello della forza bruta.

Per questo motivo, l’assemblea della Lega di Serie A convocata per il 13 aprile – lunedì prossimo, quindi – rappresenta un appuntamento tutt’altro che formale. L’obiettivo dichiarato delle grandi società è presentarsi al tavolo con le altre componenti (Serie B, Serie C, calciatori, allenatori) con un’agenda precisa, fatta di punti considerati irrinunciabili. Secondo le indiscrezioni raccolte dalla stampa specializzata, il programma dei club prevede tre direttrici principali: un pressing sul governo per ottenere sgravi fiscali e agevolazioni, un piano condiviso per lo sviluppo degli stadi (dove il principale ostacolo è spesso rappresentato dalle lungaggini burocratiche) e una strategia comune sul fronte dei settori giovanili, tornato tragicamente d’attualità dopo l’ennesima mancata qualificazione mondiale.

A questi temi si aggiunge una battaglia, quella contro la normativa europea che vieta il tesseramento di calciatori sotto i sedici anni, che la Lega considera un freno alla crescita dei vivai italiani. Abete, dal canto suo, ha più volte ricordato i limiti imposti dall’Unione Europea in materia di lavoro, chiarendo che “tutti i tentativi fatti nel tempo per determinare l’obbligo sull’utilizzo dei giovani hanno trovato sempre un ostacolo normativo insuperabile” -7; un avvertimento, questo, a non illudersi di poter risolvere per decreto un problema strutturale che affonda le radici in regole comunitarie.

Il nodo delle alleanze e la linea sulle seconde squadre

Se il programma è la cornice, l’intesa politica è la sostanza, ed è qui che il lavoro di Abete rischia di rivelarsi più complesso del previsto. La Serie A, pur di non fare saltare il tavolo, sembra disposta a non fossilizzarsi sui nomi: nella sostanza, se il programma verrà condiviso, i club potrebbero anche accettare un presidente espressione dei Dilettanti. Ma la pace dei bravi gentiluomini nasconde alcune mine vaganti pronte a esplodere. Una di queste è il progetto delle seconde squadre: la massima serie spinge per ampliare il numero di queste formazioni “B” da iscrivere in Serie C, mentre la Lega Pro (che conta ben sessanta club) oppone una resistenza feroce, chiedendo al contrario più tutele e aiuti per le società già esistenti, molte delle quali nella scorsa stagione sono finite nei guai con la giustizia sportiva per irregolarità finanziarie.

Ci sarebbe poi la proposta – avanzata da Gravina nei mesi scorsi e rimasta in sospeso – di ridurre il numero complessivo delle squadre professionistiche, una riforma che se tornasse d’attualità rischierebbe di far saltare ogni fragile intesa. Ma Abete, in queste ore, preferisce concentrarsi su ciò che unisce piuttosto che su ciò che divide. E tra le urgenze comuni, c’è la necessità di scongiurare un’ipotesi che molti, nel momento più buio della crisi, avevano evocato: quella del commissariamento della Figc.

L’ex presidente, interpellato sul punto, è stato perentorio: “Le norme prevedono che il commissariamento sia possibile solo in caso di gestione amministrativa impropria, non per situazioni di negatività sul versante del risultato sportivo”. Una precisazione non banale, perché chiude definitivamente la porta a qualsiasi tentazione di intervento esterno da parte del Coni o del governo, lasciando alle componenti federali la piena responsabilità di trovare una quadra. In fondo, aggiunge Abete, “se nessuno raggiungesse il 51% dei voti, il commissario parlerebbe comunque con le componenti: non cambierebbe nulla”.

Conte, la panchina azzurra e l’orizzonte di giugno

Mentre la politica cerca una quadra istituzionale, un’altra partita, solo apparentemente separata, si gioca sul fronte tecnico della Nazionale. Antonio Conte, reduce dal successo con il Napoli, ha apertamente lasciato intendere di essere disponibile a un clamoroso ritorno sulla panchina azzurra, lanciando un messaggio inequivocabile: “Se fossi il presidente della Figc mi prenderei in considerazione”. Un’apertura che ha inevitabilmente alimentato il dibattito, anche perché il tecnico salentino vanta un precedente positivo alla guida dell’Italia – quell’Europeo del 2016 perso solo ai rigori contro la Germania – che molti contrappongono ai recenti fallimenti.

Abete, chiamato a commentare, non ha lesinato elogi: “Ha fatto bene, perché ovviamente la nostra squadra agli Europei era competitiva. Conte è un tecnico di primissimo livello”. Ma ha anche aggiunto, con quella cautela che contraddistingue il suo ruolo di mediatore, che “non deve dirlo lui”, lasciando intendere che la scelta del nuovo commissario tecnico spetterà unicamente al prossimo presidente federale. Una separazione dei ruoli, questa, che conferma la volontà di Abete di non mischiare i piani: prima si ricostruisce la governance, poi si deciderà chi siederà in panchina.

Tutto, a questo punto, dipende dalla capacità delle parti di trovare un accordo nei prossimi trenta giorni. Il peso elettorale dei Dilettanti, la forza economica della Serie A e la necessità di presentare un fronte unito al governo e alle istituzioni europee sono elementi che spingono verso una soluzione condivisa; ma gli interessi particolari – dalle seconde squadre agli sgravi fiscali, passando per la riforma dei campionati – rischiano di far naufragare la trattativa. Di certo, il 22 giugno non è solo una data elettorale: è il primo banco di prova per capire se il calcio italiano, dopo lo choc, sia capace di darsi una nuova classe dirigente o se invece preferisca continuare a dividersi, come ha fatto per tutti questi anni, nel momento stesso in cui avrebbe più bisogno di unità. Abete, dal canto suo, ha già avviato le consultazioni. Il resto, per ora, è un silenzio carico di attesa.

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