Il progetto “Vinciamo insieme” e il rebus della successione: Abete apre alla candidatura, Petrucci difende Gravina

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Redazione Sport Redazione Sport   -   TORINO – La presentazione dell’iniziativa “Vinciamo insieme – Il calcio digitale come strumento di inclusione sociale”, ospitata presso il Palazzo della Regione Piemonte, si è trasformata in un’occasione inaspettata per sondare il polso della Federcalcio post-crisi. A parlare, in questa circostanza, è stato Giancarlo Abete, attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti, il cui nome – va ricordato – circola con insistenza tra i papabili per la successione a Gabriele Gravina, formalmente dimissionario dopo l’ennesima débâcle mondiale della Nazionale. Abete, pur mostrandosi cauto, non ha chiuso del tutto alla possibilità di un suo insediamento ai piani alti di via Allegri: “Queste situazioni si approfondiranno, come è doveroso che sia”, ha dichiarato, sottolineando tuttavia come l’urgenza primaria, in questo momento di stallo, non riguardi i nomi quanto piuttosto la sostanza progettuale.

La necessità di un progetto e l’ipotesi Conte per la panchina

Il tema caldo, al di là delle poltrone, resta quello della competitività perduta. Abete, che ha guidato la Nazionale in un’altra epoca calcistica (quella del 2014), ha offerto una lettura lucida del declino: “C’è stato un pesante arretramento del calcio italiano, anche in Champions League”, ha osservato, specificando che il problema è “generale e non isolato”. Il presidente della Lnd, nel corso dell’incontro, ha insistito molto sulla necessità di ricucire lo strappo con i territori e di rilanciare un movimento che appare orfano di una guida tecnica stabile. Quanto alla panchina azzurra, la sua posizione è apparsa chiara già nelle settimane scorse, quando aveva caldeggiato un ritorno del passato. Antonio Conte, secondo Abete, resta un “tecnico di primissimo livello”, capace di ridare quella scossa nervosa che all’Italia è mancata negli ultimi impegni ufficiali.

Petrucci ironizza sui rigori e difende l’operato di Gravina

Mentre Abete faceva quadrato attorno ai dilettanti e al futuro, un’altra voce pesante del pallone italiano, Gianni Petrucci, ha scelto le colonne del “Corriere della Sera” per prendere le difese del dimissionario Gravina. L’attuale presidente della Federbasket, figura storica dello sport tricolore, ha usato una metafora tanto ironica quanto efficace per sdrammatizzare le colpe del vertice uscente. “Per il clima che si era creato non c’era altra strada – ha ammesso Petrucci, riferendosi alle dimissioni di Gravina – ma è stato un buon presidente, ha vinto gli Europei. Peccato che non ha tirato lui il rigore a Zenica, altrimenti avrebbe segnato…”. Una battuta, questa, che sposta idealmente il baricentro delle colpe dal dirigenziale al tecnico, ricordando come, in fondo, siano i calciatori a dover calciare il pallone.

Il ruolo degli ex campioni e la “ricetta” per la ripartenza

Nell’intervista rilasciata a Colombo e Dallera, Petrucci ha però voluto andare oltre la semplice difesa dell’amico-collega, offrendo uno spunto di riflessione su un dibattito ricorrente: l’inserimento degli ex calciatori nei vertici federali. “Da un lato ritengo che non basta essere stati ottimi calciatori per ricoprire cariche istituzionali”, ha chiarito, smorzando gli entusiasmi di chi vorrebbe un’invasione dei campioni nella “stanza dei bottoni”. Dall’altro lato, però, ha citato esempi virtuosi come Demetrio Albertini o Paolo Maldini, figure che hanno dimostrato di possedere un background dirigenziale solido al di là dei trofei vinti in campo. Petrucci, infine, ha lanciato una frecciatina alla politica, paragonando la staticità del calcio a quella del Parlamento, per ribadire un concetto: cambiare per cambiare non serve a nulla, se non si cambia la sostanza.

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