Il furto del Polittico di San Gregorio: il colpo al Museo di Messina e il precedente dell’Ecce Homo di Novara

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una ferita profonda, certo; ma è proprio il caso di dirlo, una ferita che richiama alla mente un’altra pagina oscura, e purtroppo non unica, della storia dell’arte italiana. Mentre la città di Messina era raccolta intorno al suggestivo passaggio della Vara, quel mastodontico carro che rievoca l’Assunzione della Vergine, nella serata del 15 agosto 2026 alcuni ladri sono riusciti a eludere i sistemi di sicurezza del Museo Regionale Interdisciplinare (MuMe), portando via quattro opere attribuite ad Antonello da Messina.

Un colpo studiato nei dettagli, che ha visto protagonisti tre o quattro malviventi, i quali hanno fatto leva sulla distrazione generale per mettere a segno un’azione che la direttrice del museo, Marisa Mercurio, ha definito senza mezzi termini una perdita enorme per l’intera città. Siamo di fronte all’ultimo, grave episodio di una lunga scia di furti che hanno colpito il patrimonio artistico italiano, e che trova un inquietante precedente in un altro capolavoro attribuito al grande pittore quattrocentesco, scomparso nel nulla ormai cinquantadue anni fa.

Il colpo al MuMe e le indagini in corso

L’irruzione al museo messinese, stando alle prime ricostruzioni degli inquirenti coordinati dal sostituto procuratore Maria Di Mulo, sarebbe avvenuta intorno alle 21.50.

I ladri sono entrati da una porta secondaria, forzando le grate che si affacciano sul viale Annunziata, e si sono diretti verso le opere più pregiate: tre delle cinque tavole superstiti del celebre Polittico di San Gregorio, firmato e datato 1473, e una piccola tavoletta bifronte, di appena 16 per 12 centimetri, che raffigura da un lato la Madonna con il Bambino e un francescano in adorazione e dall’altro il Cristo in pietà, e che era custodita in una teca blindata.

La refurtiva, dal valore inestimabile – basti pensare che pochi mesi prima lo Stato italiano aveva acquistato un piccolo Ecce Homo del pittore per circa 15 milioni di dollari – è stata in parte abbandonata dai ladri, forse perché disturbati durante la fuga. Alcuni passanti, infatti, hanno notato due tavole del Polittico abbandonate su un muretto esterno, lungo viale della Libertà, e hanno subito allertato le forze dell’ordine, che hanno così potuto recuperare due dei sei pezzi trafugati.

Restano però disperse le altre quattro opere, e le indagini si concentrano ora sui filmati delle telecamere di sorveglianza e sulla possibilità che i ladri abbiano avuto un aiuto interno, magari da parte di qualcuno che conosceva bene gli ambienti e le abitudini del museo, come emerso anche dalle verifiche condotte dalla Polizia di Stato e dalla Scientifica.

Il precedente del 1974: l’Ecce Homo di Novara

Per comprendere appieno la gravità dell’accaduto, è inevitabile compiere un salto indietro nel tempo, fino al luglio del 1974. Nella notte tra il 23 e il 24 di quel mese, il Museo del Broletto di Novara fu teatro di un furto che per molti versi anticipa quello di Messina. All’epoca, il museo non disponeva di un impianto d’allarme e addirittura non aveva un direttore; una situazione di fragilità che i ladri sfruttarono appieno.

Utilizzando una chiave falsa per aprire il cancello e poi le chiavi delle sale trovate in un cassetto, i malviventi riuscirono a portare via otto opere d’arte, tra cui spiccava un piccolo dipinto raffigurante l’Ecce Homo, attribuito ad Antonello da Messina o, secondo altre fonti, alla sua cerchia o a Pietro de Saliba.

A differenza di quanto avvenuto a Messina, dove parte della refurtiva è già stata recuperata, l’Ecce Homo di Novara è letteralmente sparito nel nulla e, nonostante le numerose richieste di informazioni, passate anche attraverso la nota trasmissione televisiva Chi l’ha visto? nel 2021, non è mai più stato ritrovato.

Di quell’opera, purtroppo, rimane oggi solo una fotografia, realizzata nel 1961 dall’Archivio SCALA e successivamente utilizzata dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale per tentare di tenerne viva la memoria e facilitare eventuali riconoscimenti.

Una lunga storia di furti: dalla Gioconda ai giorni nostri

La storia dei furti d’arte più eclatanti è costellata di colpi che sembrano usciti da un romanzo, e il caso di Novara, come quello di Messina, si inserisce in una tradizione criminale che ha origini lontane. Il più celebre di tutti, il furto che ha cambiato per sempre il modo di intendere la sicurezza nei musei, resta certamente quello della Gioconda di Leonardo da Vinci, avvenuto al Louvre il 21 agosto 1911.

L’autore, un imbianchino italiano di nome Vincenzo Peruggia, che aveva lavorato nel museo, approfittò della chiusura settimanale per nascondersi all’interno e, la mattina successiva, staccò il dipinto dalla parete, lo nascose sotto il camice da lavoro e uscì indisturbato dalla porta Jean Goujon. Il quadro rimase nascosto nella sua soffitta per due anni, fino a quando Peruggia, convinto di restituire un’opera illegittimamente sottratta dai francesi all’Italia, fu arrestato a Firenze mentre cercava di venderlo all’antiquario Alfredo Geri.

La parabola della Gioconda, che dal furto trasse un’immensa popolarità, dimostra come questi eventi, pur essendo un attacco al patrimonio culturale, spesso finiscano per alimentare il mito stesso delle opere trafugate. Nel caso dell’Ecce Homo di Novara, invece, il furto non ha fatto che aggiungere un velo di mistero su un dipinto già avvolto da incertezze attributive, e il suo mancato recupero è diventato il simbolo di una ferita ancora aperta nella storia dell’arte italiana.

La fragilità della tutela e le speranze di recupero

Il confronto tra i due furti, distanti cinquantadue anni, mette in luce alcune differenze significative, ma anche una drammatica continuità. Se nel 1974 il Museo del Broletto era privo di sistemi di allarme e di un direttore, oggi il MuMe di Messina era dotato di misure di sicurezza che, purtroppo, sono state eluse.

Il fattore comune, che emerge in entrambe le vicende, sembra essere la capacità dei ladri di individuare e sfruttare il momento di maggiore distrazione, come una processione religiosa o la chiusura settimanale, e la vulnerabilità intrinseca di strutture che custodiscono beni immensi ma che spesso non riescono a garantire una protezione adeguata, come già segnalato nel 1971 da monsignor Stoppa per il caso novarese.

L’inchiesta di Messina, affidata alla polizia e coordinata dalla magistratura, sta cercando ora di ricostruire l’intera dinamica, mentre la direttrice Marisa Mercurio e l’assessore Enzo Caruso hanno espresso fiducia nel lavoro degli inquirenti, auspicando un rapido recupero delle opere.

Il precedente di Novara, tuttavia, insegna che il recupero di un capolavoro, una volta sottratto al suo contesto e immesso nei circuiti oscuri del mercato illegale, è un’impresa complessa, e che la speranza di rivedere quelle tavole, un giorno, non può prescindere da un’indagine meticolosa e dalla collaborazione internazionale.

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