Il Cremlino chiede moderazione agli Usa sulla crisi iraniana
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Redazione Esteri
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Mentre una "massiccia armata" statunitense, guidata dalla portaerei Lincoln, continua la sua rotta verso il Golfo, il Cremlino ha sollecitato pubblicamente Washington alla moderazione, sostenendo che le strade della diplomazia non si sono ancora esaurite. L'appello, formulato dal portavoce Dmitry Peskov e ripreso dall'agenzia Tass, arriva in un momento di tensione acuta, caratterizzato dalle dure dichiarazioni del presidente Trump e dalla discussione in sede europea sulla possibile inclusione dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, nelle liste terroristiche. Mosca, con toni che cercano di porsi come voce della ragione, ha avvertito che eventuali azioni di forza rischierebbero di generare un pericoloso "caos" regionale, amplificando le già profonde instabilità.
Le richieste di Washington e la risposta di Teheran
Trump, da parte sua, ha rilanciato l'ultimatum a Teheran, legando la possibilità di un accordo sul nucleare a condizioni stringenti e minacciando, in caso contrario, un attacco di entità superiore a quello già condotto a giugno. Sebbene non abbia esposto nel dettaglio i termini, fonti diplomatiche occidentali riferiscono di tre capisaldi negoziali: la cessazione totale e definitiva di ogni attività di arricchimento dell'uranio, con lo smaltimento delle scorte esistenti; la limitazione sia della gittata che del numero dei missili balistici; e la fine di ogni sostegno militare e logistico a gruppi come Hamas, Hezbollah e gli Houthi yemeniti. A queste pretese, il ministro degli Esteri iraniano ha opposto un netto rifiuto a trattare "in un clima di minaccia", consolidando una situazione di stallo che sembra avvicinarsi pericolosamente al punto di rottura.
La preparazione militare e il quadro interno
Parallelamente ai toni bellicosi, gli Stati Uniti starebbero concretamente preparando lo spiegamento di uno o più sistemi avanzati di difesa missilistica Thaad in Medio Oriente, una mossa che, se confermata, indicherebbe la serietà dei piani offensivi in valutazione. Intanto, la pressione sull'Iran non è solo militare ma anche politica: il segretario di Stato Marco Rubio, dinanzi alla commissione Esteri del Senato, ha definito la Repubblica Islamica "più debole che mai", esprimendo l'aspettativa che le proteste interne, represse con durezza nelle scorse settimane, possano riesplodere. A Teheran, dove si accusano Stati Uniti e Israele di fomentare il dissenso, i recenti funerali delle vittime sono sovente diventati manifestazioni di resistenza, segno di un malessere che attraversa segmenti della società, soprattutto giovanile.
Lo scenario regionale sul filo del rasoio
La combinazione di movimenti navali, minacce esplicite e preparativi difensivi disegna uno scenario regionale sul filo del rasoio, dove ogni mossa viene calibrata per massimizzare l'effetto di deterrenza. La posizione russa, che invoca moderazione pur senza schierarsi al fianco di Teheran, aggiunge un ulterbero livello di complessità alla partita, nel tentativo di preservare un ruolo e influenze che potrebbero essere compromesse da un conflitto aperto. Resta il fatto che, con l'orologio che continua a ticchettare e la portaerei che avanza, le opzioni per una de-escalation pacifica si stanno assottigliando giorno dopo giorno, mentre i rischi di una escalation, forse involontaria, aumentano in maniera proporzionale.




