Mosca tra vantaggi economici e ambiguità diplomatica nella crisi iraniana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La crisi in Medio Oriente, innescata dall’escalation militare che ha preso di mira l’Iran, sta ridisegnando gli equilibri globali e, tra i grandi attori internazionali, è la Russia a emergere come la principale beneficiaria di questa nuova instabilità, nonostante la retorica pubblica del Cremlino e le complesse relazioni che legano Mosca a Teheran. Se da un lato Vladimir Putin ha inviato messaggi di solidarietà alla nuova Guida Suprema, promettendo una “partnership affidabile” contro quella che definisce una “cinica violazione del diritto internazionale” -3-7, dall’altro i fatti concreti dipingono un quadro assai più pragmatico e orientato al guadagno immediato.

Il rialzo del petrolio e la boccata d’ossigeno per le casse del Cremlino

L’effetto più tangibile e immediato del conflitto è stato l’impennata dei prezzi dell’energia. L’attacco alle infrastrutture iraniane e il conseguente blocco virtuale delle rotte marittime nel Golfo, in particolare lo Stretto di Hormuz, hanno fatto schizzare il valore del greggio, regalando a Mosca un’insperata manna finanziaria in un momento in cui la sua economia cominciava a mostrare chiari segni di sofferenza a causa delle sanzioni e degli ingenti costi della guerra in Ucraina. Il prezzo del petrolio Urals, fondamentale per il bilancio russo, è balzato ben oltre la soglia di pareggio fissata a 59 dollari al barile, toccando punte vicine ai 120 dollari, il che si traduce in un incremento diretto delle entrate statali. Secondo i dati di borsa, dall’inizio delle ostilità, il valore dei giganti petroliferi russi come Rosneft, Lukoil e Gazprom Neft è aumentato di quasi duemila miliardi di rubli, una cifra che fornisce a Putin le risorse per proseguire lo sforzo bellico a Kiev senza dover ricorrere a impopolari aumenti fiscali o tagli alla spesa sociale.

Lo spostamento dell’attenzione occidentale e il nuovo ruolo di mediatore

Oltre al vantaggio economico, la crisi iraniana sta producendo un effetto strategico di non minore importanza: il dirottamento dell’attenzione e delle risorse militari e diplomatiche degli Stati Uniti e dei loro alleati. Mentre i riflettori del mondo sono puntati sugli attacchi congiunti di Israele e Washington contro le installazioni della Guardia Rivoluzionaria e sulla successione ai vertici di Teheran, il fronte ucraino rischia di passare in secondo piano. Questo ridimensionamento dell’interesse occidentale, unito alla possibile riduzione dei flussi di aiuti militari a Kiev, rappresenta per Mosca un vantaggio competitivo inestimabile. Parallelamente, Putin si sta abilmente ritagliando il ruolo di interlocutore indispensabile per la gestione della crisi. Nella recente telefonata con Donald Trump, il presidente russo ha offerto la propria disponibilità a fungere da mediatore per una risoluzione diplomatica del conflitto, sfruttando i suoi canali privilegiati con i leader del Golfo e con la stessa leadership iraniana. Un paradosso non da poco, considerando che è proprio l’amministrazione Trump a stare materialmente colpendo un alleato storico del Cremlino.

La complessa partita con Teheran e il riposizionamento sui mercati asiatici

La posizione di Mosca nei confronti dell’Iran è, tuttavia, tutt’altro che lineare e rivela una complessità che va oltre le dichiarazioni formali di amicizia. La morte del precedente leader rappresenta senza dubbio un duro colpo per l’asse strategico che si era venuto a creare, fondato sulla cooperazione militare e sulla fornitura di droni Shahed utilizzati proprio contro l’Ucraina. Tuttavia, l’indebolimento di Teheran potrebbe paradossalmente giovare alla Russia, costringendo i grandi importatori asiatici di greggio, in primis India e Cina, a bussare con maggiore insistenza alla porta del Cremlino. Con le forniture dal Golfo rese incerte dalla guerra e le sanzioni americane che potrebbero essere temporaneamente allentate per evitare uno shock energetico globale, Mosca si trova nella posizione ideale per riconquistare quote di mercato in Asia e imporre prezzi più alti, riducendo al contempo gli sconti che era costretta a praticare in precedenza.

Il messaggio all’Europa e le nuove crepe nell’alleanza occidentale

Putin ha inoltre colto la palla al balzo per riaprire una falla nel fronte occidentale, lanciando un messaggio provocatorio all’Unione Europea. Forte dell’aumento dei prezzi del gas e della crisi energetica che torna a incombere sul continente, il Cremlino si è dichiarato pronto a garantire forniture stabili per calmierare i mercati, ma a condizione che Bruxelles faccia un passo indietro sulle sanzioni. Un’apertura che ha già trovato terreno fertile in alcuni Stati membri. L’Ungheria di Viktor Orbán ha formalmente chiesto alla Commissione Europea la sospensione di tutte le restrizioni all’energia russa, sostenendo che i rifornimenti di Mosca siano tornati indispensabili per la sopravvivenza economica del continente. Una richiesta che evidenzia le profonde divisioni interne all’UE e che rischia di minare la coesione finora mostrata nel sostenere Kiev e nel contenere l’influenza russa.

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