Il vero peso della crisi iraniana lo decide (e lo subisce) Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’equilibrio, sempre precario, del nuovo conflitto in Medio Oriente poggia su un presupposto che a Washington danno quasi per scontato, e cioè che l’obiettivo non sia un cambio di regime a Teheran. Se l’operazione militare, giunta ormai al nono giorno, dovesse limitarsi a un’azione di contenimento, l’impatto economico globale, pur severo, potrebbe non assumere i contorni della catastrofe. Il nodo cruciale, dal punto di vista geoeconomico, è la durata del blocco nello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita una percentuale significativa del petrolio mondiale e che le Guardie della Rivoluzione hanno di fatto chiuso, intrappolando decine di navi e facendo impennare le quotazioni del greggio oltre i cento dollari al barile. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha tentato una mossa di descalation regionale, scusandosi con le nazioni del Golfo per gli attacchi – militarmente limitati ma dal peso simbolico devastante – e offrendo una tregua di fatto: se quelle monarchie, che hanno ormai abbandonato una postura puramente difensiva, non colpiranno l’Iran, Teheran si asterrà dal farlo. Una promessa, la sua, che però è stata immediatamente spazzata via dalla replica di Donald Trump, il quale ha risposto con la consueta durezza sui suoi canali social, rilanciando di fatto la sfida.

È in questo scenario che si inserisce la dichiarazione del presidente americano, rilasciata ad ABC News, in cui si dice categorico sulla sorte del nuovo leader iraniano. Per Trump, Mojtaba Khamenei, il figlio del defunto ayatollah Ali Khamenei la cui successione è stata ratificata dall’Assemblea degli Esperti, dovrà necessariamente ottenere il placet degli Stati Uniti. “Non durerà a lungo”, ha scandito il presidente, se non riceverà la nostra approvazione, lanciando un messaggio che suona come un avvertimento esistenziale per la nuova Guida Suprema. La minaccia, però, si scontra con la realtà sul campo: senza un’invasione via terra, un’opzione che al momento nessuno nell’amministrazione sembra voler seriamente contemplare, rimuovere o influenzare direttamente la leadership iraniana diventa un’impresa titanica, se non impossibile.

La nuova leadership iraniana e la scommessa di Trump

Il timore, a Teheran, è che la determinazione di Trump possa tradursi in una ripetizione ciclica dello stesso problema. Il presidente, intervistato, ha espresso chiaramente la sua frustrazione: l’obiettivo è evitare di dover tornare punto e a capo ogni dieci anni per smantellare un programma nucleare che gli iraniani, secondo lui, potrebbero tentare di rilanciare. È la logica che ha portato all’escalation, anche se all’interno dello stesso universo MAGA le voci critiche, un tempo confinate ai margini, iniziano a farsi più insistenti. La vittoria del 2024, si dice negli ambienti vicini alla Casa Bianca, ha radicato in Trump la convinzione che i consigli migliori siano quelli che gli fornisce l’istinto, anche quando questo lo spinge in direzioni che razionalmente sa essere impervie. Un istinto che, in questo frangente, lo ha portato a ordinare un’operazione che il suo vicepresidente, J.D. Vance, inizialmente sconsigliava, preoccupato dei pericoli di un conflitto imprevedibile, salvo poi allinearsi e spingere per un attacco rapido e decisivo pur di minimizzare le perdite americane.

Il portavoce del delle Guardie della Rivoluzione islamica, Ali Mohammad Naini, ha intanto voluto lanciare un messaggio di resilienza, citato dall’agenzia Fars: le forze armate iraniane, ha dichiarato, sono in grado di sostenere l’attuale ritmo di guerra per almeno sei mesi. Una dichiarazione che mira a rassicurare la piazza e a mostrare i denti, ma che stride con le scuse diplomatiche di Pezeshkian e con la chiusura di Hormuz, un’arma di ritorsione che, se prolungata, rischia di ritorcersi contro la stessa economia iraniana, dato che la stragrande maggioranza delle sue esportazioni petrolifere transita da lì. La partita, insomma, è aperta e si gioca su più tavoli: militare, diplomatico ed energetico. E mentre le petroliere restano ferme in rada e i prezzi alla pompa negli Stati Uniti tornano a salire, toccando livelli che non si vedevano da due anni, la Casa Bianca deve fare i conti con le ripercussioni interne di una guerra che, seppur presentata come un successo militare, rischia di minare la popolarità del presidente in vista delle elezioni di metà mandato.

Il nodo dello Stretto e le tensioni interne all’amministrazione

La risposta di Trump alle tensioni sul mercato petrolifero è arrivata, puntuale, via social: l’aumento a breve termine del prezzo del greggio è un “piccolo prezzo da pagare” se il risultato finale sarà la neutralizzazione della minaccia nucleare iraniana. Un ragionamento che cozza con la necessità, espressa dal suo stesso team, di tenere sotto controllo l’inflazione e di non alienare il consenso della classe media. Il segretario di Stato Marco Rubio, già impegnato a gestire le conseguenze del raid in Venezuela, si è mosso con cautela, finendo però per alimentare polemiche quando ha accennato al ruolo di Israele nel trascinare gli Usa nel conflitto, salvo poi ritrattare il giorno dopo di fronte al dissenso presidenziale. La sensazione, tra gli addetti ai lavori, è che l’amministrazione stia procedendo a vista, cercando di costruire una strategia di lungo termine per un conflitto di cui non si vede la fine, ma di cui tutti intuiscono i rischi, soprattutto per le ambizioni politiche future di Vance e dello stesso Rubio.

L’attenzione, a questo punto, è tutta sulla durata del blocco navale e sulla capacità dell’Iran di sopportare l’urto. La dichiarazione di Trump sulla necessità del suo “ok” per la sopravvivenza del nuovo leader, più che una strategia realistica, appare un tentativo di dettare l’agenda e di proiettare un’immagine di controllo assoluto. Ma senza un’invasione, senza la possibilità di incidere fisicamente sulle strutture del potere a Teheran, quella minaccia rischia di rimanere sospesa, alimentando una tensione che, da sola, è già in grado di tenere in scacco i mercati e di riscrivere gli equilibri di una regione intera.

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