Ranucci contro i magistrati: il caso Lavitola scuote l’inchiesta sull’attentato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ranucci contro i magistrati dopo le nuove ricostruzioni sull’attentato del 16 ottobre 2025 davanti alla sua abitazione: il giornalista di Report ha reagito con sgomento alla notizia che gli inquirenti ritengono Valter Lavitola il possibile mandante dell’azione. Durante una telefonata notturna con il suo amico, Ranucci ha contestato la ricostruzione secondo cui il presunto “Corrado”, citato nelle intercettazioni dei presunti esecutori materiali, non avrebbe alcun collegamento con la criminalità organizzata. Per carabinieri e pm dell’Antimafia, invece, l’ipotesi investigativa porta proprio al faccendiere-ristoratore Lavitola.

La posizione di Sigfrido Ranucci nell’inchiesta sull’attentato resta però quella di parte offesa. Nessuna accusa è stata formulata dalla magistratura nei suoi confronti e le carte giudiziarie lo descrivono come vittima di una possibile manipolazione. Il Gip, inoltre, ha escluso elementi che dimostrino un accordo tra il conduttore di Report e Valter Lavitola per la realizzazione dell’ordigno piazzato nella notte del 16 ottobre 2025. Le telefonate successive all’esplosione mostrano invece l’irritazione del giornalista quando apprende che l’amico è finito al centro delle indagini.

Le telefonate dopo l’attentato e il ruolo di Valter Lavitola

Nei giorni successivi all’attentato, il rapporto tra Ranucci e Lavitola è diventato uno degli elementi analizzati dagli investigatori. Il giornalista, convinto della pista legata al misterioso “Corrado”, ha espresso il proprio dissenso rispetto alla direzione presa dagli inquirenti, chiedendo di concentrarsi sulla figura indicata nelle conversazioni intercettate. Secondo la ricostruzione investigativa riportata nelle carte, però, quella pista non avrebbe trovato conferme e il presunto mandante dell’attentato sarebbe invece stato individuato nella figura di Lavitola.

Valter Lavitola, secondo quanto emerge dall’inchiesta, avrebbe considerato anche le possibili conseguenze del piano. Prima degli sviluppi giudiziari, dopo una perquisizione dei carabinieri del Nucleo investigativo, avrebbe parlato con un’amica brasiliana delle difficoltà che avrebbe potuto affrontare. Nel corso della conversazione avrebbe fatto riferimento alla possibilità di finire in carcere e all’interrogatorio previsto per il mercoledì mattina, spiegando che in caso di arresto sarebbe diventato complicato continuare a seguire alcune situazioni.

La tesi della difesa e l’incontro del 7 settembre

Gli avvocati Sergio e Arturo Cola, difensori di Valter Lavitola, hanno sostenuto una ricostruzione diversa rispetto a quella degli inquirenti. Secondo i legali, Lavitola avrebbe avvisato Ranucci del rischio di attentati prima dell’esplosione avvenuta davanti alla sua casa il 16 ottobre 2025. Questa posizione è stata presentata dopo un incontro con il loro assistito nel carcere di Rebibbia e ha aperto un nuovo fronte nel confronto sull’attentato.

Al centro della tesi difensiva c’è anche l’incontro avvenuto il 7 settembre, circa un mese e mezzo prima della bomba. Gli avvocati ritengono che in quella fase il conduttore di Report possa aver ricevuto informazioni sul rischio di un’azione contro di lui. La difesa di Lavitola ha inoltre lasciato intendere che Ranucci, pur rimanendo parte lesa nell’inchiesta, potrebbe aver sospettato successivamente quale fosse il ruolo dell’amico nella vicenda.

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