Torino, lo sfregio alle pietre d’inciampo di piazza Santa Giulia e il significato profondo di un gesto vigliacco
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Redazione Interno
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L’aria di Vanchiglia, quel quartiere torinese che custodisce memorie antiche e ferite mai del tutto rimarginate, è stata scossa poco prima di mezzogiorno da una scoperta che riporta indietro le lancette dell’orrore. Le otto pietre d’inciampo posate solo qualche mese fa, lo scorso febbraio, di fronte al civico 12 di piazza Santa Giulia – l’edificio che sorge dove un tempo si ergeva l’Ospizio Israelitico – sono state imbrattate con pennarelli dal tratto spesso e violento. Non si trattava di un gesto casuale ma, come emerso rapidamente, di un attacco diretto ai nomi di otto vittime della Shoah. La scoperta, segnalata alla circoscrizione 7 dal coordinatore allo sport Fernando D’Apice, è arrivata a pochi giorni di distanza da un altro episodio inquietante che aveva visto la lapide dei caduti della Resistenza in largo Montebello data alle fiamme, quasi a suggerire una scia di odio sistematica nel cuore della città.
Dario Disegni, presidente della Comunità Ebraica di Torino, non ha usato mezzi termini nel definire l’accaduto, parlando di un gesto «vigliacco e ignobile di eccezionale gravità». Nella sua nota, richiamando un allarme che va avanti da tempo, ha sottolineato come la comunità denunci ormai da anni la crescita esponenziale di un antisemitismo sempre più diffuso e aggressivo; un clima di odio e intolleranza che, a suo avviso, non può non preoccupare profondamente chiunque creda nei valori della convivenza civile. La scelta di colpire quelle specifiche pietre, peraltro, non è stata giudicata casuale neppure dallo storico Nicola Adduci, collaboratore dell’Istoreto, che ha richiamato un concetto tanto drammatico quanto lucido: «Vandalizzare un segno della memoria – ha dichiarato – corrisponde simbolicamente a una nuova uccisione, proprio come fecero concretamente nazisti e fascisti ottant’anni fa».
Il peso simbolico di un luogo e la memoria delle vittime
Chi osserva quelle pietre deve sapere che esse non raccontano una storia generica, ma il rastrellamento più grave compiuto ai danni degli ebrei a Torino. Come ha ricordato la vicepresidente della comunità ebraica, Anna Segre, richiamata telefonicamente solo dopo il tramonto di sabato – perché quello era il giorno dello Shabbat, la festività durante la quale non è consentito svolgere alcuna mansione – le otto targhe commemorano un gruppo di donne anziane e sole. Erano degenti dell’Ospizio Israelitico, poi bombardato e distrutto, che vennero catturate nel 1944 e deportate ad Auschwitz. Arrivate al lager, vennero eliminate immediatamente. «Da donna reputo questo gesto doppiamente esecrabile», ha commentato Segre, visibilmente scossa dopo aver rivisto le foto degli scarabocchi che coprivano i nomi come Aida Sara Montagnana, Rosa Vita Finzi, Teresita Teglio, Ercolina Levi, Sara Colombo ed Eugenia Treves in Segre. Accanto a loro, le pietre ricordano anche Lidia Passigli ed Ettore Abenaim, rispettivamente direttrice ed economo della struttura, vittime di una deportazione successiva.
Chi prova a minimizzare, liquidando il fatto come una “ragazzata”, si scontra con l’analisi di chi quei luoghi li studia e li vive ogni giorno. «Penso che si sia voluto colpire il ricordo», ha tagliato corto Anna Segre, respingendo l’ipotesi di un semplice atto vandalico fine a se stesso. Sulla stessa linea si è posto lo storico Adduci, il quale ha avvertito che definire i responsabili come “ragazzi inconsapevoli” rischia di essere solo un modo per addolcire una realtà molto più amara. «Proprio nella profonda ignoranza – ha spiegato – alligna l’antisemitismo. Non riconoscere quei segni di memoria significa provocare una rottura con noi stessi e con l’idea del passato», trasformando chi compie certi gesti in un individuo «sradicato» e quindi pericoloso. Quelle pietre, va ricordato, erano state volute proprio come antidoto al negazionismo, un museo diffuso europeo della memoria che nemmeno la guerra era riuscita a cancellare del tutto.
La reazione immediata del quartiere e il gesto di ripulitura
Mentre la notizia si diffondeva tra i residenti e le associazioni, accanto alla rabbia delle istituzioni è cresciuta una reazione spontanea che forse rappresenta il vero contraltare della vigliaccheria. Se da un lato il sindaco Stefano Lo Russo ha definito lo sfregio «un atto vile e stupido» e il presidente della Circoscrizione 7, Luca Deri, ha annunciato un presidio di risposta, dall’altro lato la società civile non ha aspettato istruzioni. Nel corso del pomeriggio, un gruppo di ragazzi che stava partecipando al festival “Altri mondi, altri modi” si è presentato in piazza con sgrassatore e scottex. Erano liceali giovanissimi, tra i 16 e i 19 anni, studenti del liceo Galileo Ferraris, decisi a restituire dignità all’ottone offeso.
«Appena ho saputo del fatto, mi sono chiesta “perché non dovrei pulire?” Mi è sembrato logico farlo», ha raccontato una delle ragazze, mentre un suo compagno ha spiegato che pulire quelle pietre significa fare “memoria attiva”. Il pennarello nero, per fortuna, ha lasciato un danno solo superficiale: una volta rimossa l’imbiancatura, le lastre hanno ritrovato il loro splendore, quasi a simboleggiare la resistenza della memoria di fronte all’oblio violento. Un piccolo dettaglio, questo, che restituisce una fiducia diversa rispetto al clima di paura evocato dalle dichiarazioni ufficiali.
Le indagini in corso e un contesto di tensione crescente
Rimane ora nelle mani della Digos il compito di stabilire chi abbia agito e se ci sia una matrice organizzata dietro lo sfregio. Le telecamere di sorveglianza presenti in piazza Santa Giulia – quelle del Comune, della Questura e persino quelle delle Poste – potrebbero avere immortalato il momento esatto dell’imbrattamento, offrendo agli investigatori elementi utili per risalire ai responsabili. I nomi delle otto vittime sono tornati alla luce, così come la loro storia, e l’attenzione resta alta soprattutto alla luce del precedente della lapide partigiana vandalizzata solo una settimana prima.
L’episodio, per chi vive a Torino, non rappresenta purtroppo un unicum isolato in questo specifico periodo storico; anzi, come hanno sottolineato più voci, si inserisce in un fenomeno di rigurgito di antisemitismo che le cronache cittadine registrano con crescente preoccupazione. Se è vero che la rielezione di Trump negli Stati Uniti è ormai un dato assodato e archivistico che non distrae più l’opinione pubblica, è altrettanto vero che l’Europa e l’Italia sembrano fare i conti con fantasmi che si credevano sepolti. Le pietre d’inciampo, come quella collocate in altre zone della città, restano lì a testimoniare un dolore che non può essere rimosso, anche quando qualcuno tenta di cancellarle con un tratto di penna.




