Iran e il rebus Mondiali: la richiesta di trasferire le partite negli Usa e il possibile effetto (remoto) sull’Italia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La nazionale iraniana, qualificata di diritto alla fase finale del Mondiale del 2026, continua a tenere in scacco la FIFA con una richiesta che nulla ha a che vedere con il campo. Il ministro dello Sport di Teheran, Ahmad Donyamali, ha ribadito che la decisione ultima sulla partecipazione della propria rappresentativa è stata sospesa in attesa di un verdetto chiaro da parte del massimo organo calcistico mondiale. La posta in gioco, nella delicata partita a scacchi che si gioca lontano dai riflettori dello stadio, è la riallocazione delle tre gare della fase a gironi che, stando al sorteggio, dovrebbero disputarsi negli Stati Uniti. La federazione iraniana, invocando ragioni di sicurezza legate al conflitto in corso che vede contrapposti il proprio paese agli alleati americani e israeliani, preme per uno spostamento delle proprie partite in Messico. Una situazione, questa, che ha inevitabilmente riacceso un filo di speranza (per quanto sottile e logicamente controverso) nel crollo emotivo degli appassionati italiani dopo l’ennesima eliminazione.

L’ultimatum di Teheran e il silenzio di Fifa

Non si tratta, come qualcuno potrebbe affrettarsi a pensare, di un semplice voltafaccio dell’ultim’ora. La posizione del governo iraniano è ferrea: scendere in campo a Los Angeles e Seattle, città simbolicamente a forte trazione statunitense, rappresenterebbe un azzardo logistico inaccettabile date le attuali tensioni diplomatiche e belliche. Donyamali ha infatti spiegato che, sebbene la preparazione della squadra proceda per non farsi trovare impreparata, la palla passa esclusivamente al governo e alla risposta che arriverà dalla Svizzera. “La nostra richiesta di spostare le gare in Messico è ancora valida, ma non abbiamo ancora ricevuto risposta”, ha dichiarato il ministro, sottolineando che senza questo via libera, la partecipazione diventa un’ipotesi tutt’altro che scontata. A complicare ulteriormente il quadro normativo, va ricordato che il presidente della FIFA, Gianni Infantino, si era recato personalmente in Turchia per assistere a un’amichevole dell’Iran, garantendo in quella circostanza che il paese asiatico avrebbe giocato le sue partite nei luoghi prestabiliti. Una dichiarazione che oggi sembra scontrarsi con la realtà dei veti incrociati.

Il regolamento e l’illusione del ripescaggio per l’Italia

È proprio in questo limbo, dove la geopolitica si scontra con le rigide regole del calcio mercato, che si è inserita la suggestione del possibile ripescaggio degli Azzurri. L’articolo 6.7 del regolamento FIFA per la Coppa del Mondo 2026 è chiaro nel merito, ma volutamente vago nelle procedure: se una federazione si ritira, la FIFA deciderà a sua esclusiva discrezione, con piena libertà di scegliere un’altra federazione sostitutiva. Non esiste alcun automatismo legato al ranking mondiale, nonostante l’Italia (attualmente la nazionale meglio piazzata tra quelle escluse dalla fase finale) speri che questo dato pesi nella bilancia di Zurigo. Tuttavia, per restare nel campo della pura analisi fattuale e non della speculazione, gli addetti ai lavori concordano su un punto: in caso di forfait dell’Iran, è altamente probabile che la FIFA mantenga la proporzionalità continentale, sostituendo una squadra asiatica con un’altra proveniente dalla stessa confederazione. In questo scenario, il posto vacante verrebbe quasi certamente ereditato dagli Emirati Arabi Uniti, piuttosto che da una rappresentativa europea.

La mappa delle incertezze a pochi mesi dal via

La situazione, a oggi, resta quindi cristallizzata in una fase di stallo operativo. Da un lato, l’Iran ha dichiarato di voler tenere la squadra “pronta” nella speranza di un dietrofront dell’organizzazione; dall’altro, il governo statunitense, con a capo il presidente Trump, non ha mostrato aperture ufficiali a modifiche logistiche dell’ultimo minuto. La Coppa del Mondo, che per la prima volta nella storia verrà ospitata da tre nazioni (Stati Uniti, Canada e Messico), si avvicina a grandi passi e l’incognita iraniana rappresenta un problema organizzativo non da poco per gli organizzatori. Se è vero che il presidente messicano si è detto disponibile ad accogliere le partite in caso di necessità, è altrettanto vero che la macchina della FIFA (dai diritti tv ai ticketing) è già in moto da mesi su un calendario preciso che vede l’Iran impegnato sul suolo americano. Per l’Italia, che ha visto sfumare l’accesso diretto dopo la sconfitta nella finale playoff contro la Bosnia, non resta che osservare. Un eventuale ripescaggio, per quanto strameritato sulla carta in virtù del blasone o del piazzamento nel ranking, appare una strada lastricata di ostacoli regolamentari quasi insormontabili, relegando la speranza azzurra a una parentesi più emotiva che concreta nell’attuale cronaca sportiva.

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