Mancano cento giorni, ma la guerra in Medio Oriente getta ombre lunghe sui Mondiali di calcio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il conto alla rovescia per il campionato del mondo che Stati Uniti, Canada e Messico ospiteranno tra cento giorni esatti, l’undici giugno con la partita inaugurale, si tinge di inquietudine. La macchina organizzativa, imponente e complessa per un torneo allargato a quarantotto squadre, si trova a dover fare i conti con una variabile impazzita: il conflitto divampato in Medio Oriente a seguito dell’offensiva congiunta di israeliani e statunitensi contro l’Iran. Non è solo una questione di equilibri geopolitici, ovviamente la priorità, ma il riflesso condizionato di uno sport che si scopre improvvisamente vulnerabile, con la partecipazione di una nazionale qualificata, quella iraniana, che appare appesa a un filo sottilissimo. Il presidente della Federcalcio di Teheran, Mehdi Taj, ha rilasciato dichiarazioni che suonano come un epitaffio sportivo, parlando di come, dopo quanto accaduto, sia impossibile guardare al torneo con la speranza che lo sport dovrebbe infondere. E mentre la diplomazia della Fifa, per bocca del segretario generale Mattias Grafstrom, si trincera dietro la formula del monitoraggio costante e dell’auspicio che tutti i paesi partecipanti possano esserci, la realtà sul campo, mai termine fu più appropriato, racconta di un Medio Oriente in fiamme.

Dai campi di calcio ai circuiti di F1, lo sport si ferma davanti alle bombe

L’effetto domino dell’escalation militare ha investito in pieno il mondo sportivo dell’area, imponendo sospensioni e cancellazioni a catena. L’Asian Football Confederation ha bloccato tutte le partite delle competizioni per club nella regione occidentale, e a seguire si sono fermati i campionati nazionali in Iran e Qatar, con la Persian Gulf Pro League iraniana che ha chiuso i battenti a tempo indeterminato. La preoccupazione, però, valica i confini del calcio giocato in quelle zone. La Finalissima tra Spagna e Argentina, prevista per il ventisette marzo a Losail, è a forte rischio a causa della chiusura dello spazio aereo qatariota e delle difficoltà logistiche. Nel mondo della Formula 1, l’incertezza regna sovrana: se il Gran Premio d’Australia sembra al momento salvo, con le squadre che hanno dovuto rivoluzionare i piani di viaggio e spedizione dei materiali dopo i test in Bahrain, lo spettro di un rinvio o di uno spostamento si addensa sugli appuntamenti di aprile in Bahrain e Arabia Saudita. La Federazione internazionale dell’automobile parla di sicurezza come priorità assoluta, e la stessa Formula 1 ammette di monitorare la situazione, mentre indiscrezioni parlano di possibili piani alternativi che potrebbero riportare la carovana in Europa. L’Eurolega di basket, dal canto suo, ha già rinviato a data da destinarsi le partite che coinvolgono le formazioni israeliane del Maccabi e dell’Hapoel Tel Aviv e il Dubai Basketball, con giocatori e staff costretti a mettersi in salvo. Persino il ciclismo e la scherma, con gare di Coppa del Mondo cancellate o disertate per ragioni di sicurezza, dimostrano come la ragnatela del conflitto avvolga l’intero ecosistema sportivo.

Il caso Cristiano Ronaldo e il segnale di una fuga preoccupante

In questo clima di tensione crescente, un episodio ha assunto i contorni di un segnale inequivocabile, amplificato dalla celebrità del suo protagonista. Cristiano Ronaldo, da tre anni giocatore dell’Al-Nassr nel campionato saudita, ha lasciato Riad a bordo del suo jet privato, facendo rotta su Madrid. Il volo, tracciato nelle ore immediatamente successive all’attacco all’ambasciata statunitense nella capitale saudita, ha portato il fuoriclasse portoghese e, presumibilmente, la sua famiglia, lontano da una zona di conflitto che si fa sempre più calda. Non ci sono conferme ufficiali sulla presenza del calciatore a bordo, ma i tabloid spagnoli e internazionali danno per certa la sua partenza, sottolineando come l’aereo personale, un Bombardier modificato con le sue iniziali, sia atterrato a Barajas nel cuore della notte. Che si tratti di una precauzione momentanea o di un addio anticipato al campionato saudita, la cui stagione è ancora in corso con l’Al-Nassr in testa alla classifica, poco importa: il gesto del campione, in un paese finora considerato un’isola felice e un crocevia di investimenti sportivi, rappresenta la crepa più visibile nella facciata di normalità che lo sport tentava di mantenere. Un gesto che suona come un campanello d’allarme per tutti gli altri atleti stranieri e per gli organizzatori di eventi.

L’imbarazzante fotografia di un calcio e di una politica sempre più intrecciati

A rendere il quadro ancora più grottesco e amaro, emerge il ricordo di ciò che accadde solo novanta giorni fa, quando a Washington, durante il sorteggio dei gironi mondiali, il presidente della Fifa Gianni Infantino consegnò a Donald Trump la medaglia della pace. Un gesto altamente simbolico, e per molti versi discusso, che oggi, a tre mesi di distanza, assume i contorni di una macabra ironia. Rivedere quelle immagini, con il presidente americano – oggi alla guida del paese che organizza il torneo e che è parte attiva nel conflitto mediorientale – premiato per la pace mentre i suoi aerei bombardano Teheran, offre la misura di quanto il circo del calcio globale appaia, talvolta, scollegato dalla realtà o forse, peggio, cinicamente allineato ai potenti di turno. La medaglia sbiadisce di fronte alle colonne di fumo che si alzano sugli aeroporti iraniani e alle vite spezzate. E mentre la Fifa valuta come muoversi, con il regolamento che prevede multe salate per chi si ritira ma lascia alla propria discrezionalità la scelta di un eventuale sostituto, la sensazione è che la ragione, quella vera, debba ancora una volta fare i conti con la potenza del potere politico e militare. Lo sport, che si vorrebbe veicolo di unione, si ritrova ostaggio della geopolitica, con l’Iran ad un passo dal dare forfait e l’intero impianto dei Mondiali 2026 che trema, molto prima che il primo pallone inizi a rotolare.

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