La fiamma paralimpica accende l'Arena, ma la politica getta ombre sulla cerimonia d'apertura

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il lungo viaggio della fiamma paralimpica, quel segnale luminoso che da giorni attraversa l'Italia trasportato da 501 tedofori lungo oltre duemila chilometri, si è concluso stasera all’Arena di Verona, dove il sipario è calato – o meglio, si è alzato – sulla cerimonia d’apertura dei Giochi Invernali di Milano Cortina 2026. Un rito collettivo, questo, che ha visto confluire nell’anfiteatro romano, patrimonio Unesco per la prima volta protagonista di un evento di tale portata, le cinque fiamme nate dai Flame Festival e unificate il 3 marzo a Cortina, in Largo Poste, dando sostanza a quel passaggio di testimone che ha toccato Venezia, Padova, Vicenza, Bassano del Grappa e decine di altre realtà del Nord Est prima di giungere al traguardo veronese. La città scaligera, già palcoscenico della chiusura olimpica lo scorso 22 febbraio, si è così riaccesa per accogliere i 655 atleti – un numero mai così elevato – che si contenderanno 79 medaglie in sei discipline, suddivise in 39 eventi maschili, 35 femminili e 5 misti.

Ma se sotto il profilo organizzativo e spettacolare la macchina sembra aver ingranato la marcia giusta, con la direzione artistica di Alfredo Accatino che ha scelto il tema "Life in Motion" per celebrare la 50esima edizione della rassegna paralimpica invernale, il clima che si respira tra le autorità e le rappresentanze internazionali è tutt’altro che disteso. Il motivo, è noto, affonda le radici in una decisione presa lo scorso settembre dall’International Paralympic Committee (IPC), un organismo che ha autonomia rispetto al Cio, la quale ha stabilito la riammissione di Russia e Bielorussia con le proprie bandiere e i propri inni nazionali. Una scelta che stride profondamente con la linea adottata durante le Olimpiadi, dove gli stessi atleti hanno gareggiato come neutrali, e che ha scatenato reazioni politiche veementi già nelle settimane scorse, quando il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, aveva espresso tutto il proprio sconcerto, auspicando un ripensamento che, di fatto, non c’è stato.

La cerimonia, della durata prevista di circa due ore e mezza e trasmessa in diretta su Rai 2 e RaiPlay con la telecronaca di Lorenzo Rota, si è così trovata a dover gestire un’assenza pesante, quella dell’Ucraina, il cui governo ha annunciato il boicottaggio dell’evento inaugurale e il ritiro da ogni appuntamento ufficiale della manifestazione, pur lasciando i propri atleti liberi di gareggiare. Una presa di posizione netta, motivata dalla volontà di non condividere lo stesso palco con i delegati russi, e che ha trovato un significativo seguito in numerose altre nazioni: Francia, Repubblica Ceca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Paesi Bassi, Croazia e Canada, stando alle prime indicazioni, non hanno inviato rappresentanti governativi, mentre la Germania ha a lungo valutato se partecipare, contribuendo a svuotare di significato politico le tribune dell’Arena.

C’è, poi, un altro elemento di novità che ha caratterizzato la sfilata delle delegazioni: per la prima volta, e si tratta di una decisione presa dal Comitato organizzatore per garantire uniformità, non sono stati gli atleti a portare le bandiere dei rispettivi Paesi. La scelta, spiegano, è legata al fatto che molti di loro, come gli italiani René De Silvestro e Chiara Mazzel, sono attesi già domani sulle nevi di Cortina per le gare di sci alpino, e non avrebbero potuto partecipare alla cerimonia senza compromettere la preparazione agonistica. Così, a sfilare con i vessilli nazionali sono stati dei volontari, una soluzione che ha suscitato qualche perplessità ma che è stata motivata con la volontà di non penalizzare le delegazioni più numerose. Tra i presenti, comunque, il capo dello Stato Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il presidente della Camera Lorenzo Fontana, accanto ai vertici dell’IPC e a una delegazione statunitense guidata dal segretario per gli Affari dei veterani Douglas Collins, a testimoniare, nonostante le assenze, l’importanza geopolitica della serata.

Un palco tra diritti e acrobazie: dall’arte di Jago al volo dei piloti con disabilità

Al netto delle tensioni diplomatiche, lo spettacolo è andato comunque in scena, provando a rispettare quella che era la promessa iniziale: parlare di diritti universali attraverso la bellezza, una bellezza che si trasforma, che cresce e che include, per dirla con le parole del direttore artistico. E così, sul palco dell’Arena si sono alternati momenti di pura emozione e performance ad alto tasso simbolico, come il sorvolo dell’anfiteatro da parte di una pattuglia aerea composta da piloti con disabilità del Wefly! Team e di Ali per tutti, che hanno lasciato scie di fumo verde, blu e rosso – i colori del Comitato Paralimpico Internazionale – sulle migliaia di spettatori presenti. Un evento, questo, definito storico perché per la prima volta piloti paraplegici e tetraplegici hanno aperto ufficialmente una cerimonia paralimpica.

Sul fronte musicale e artistico, la scaletta ha visto la partecipazione di nomi noti del panorama pop e della sperimentazione: dalla giovane vincitrice di X Factor 2025, Mimì Caruso, al batterista dei Police Stewart Copeland, passando per il compositore Dardust e il trio di producer Meduza. Ma la vera chicca è stata l'esibizione di Michele Specchiale, in arte DJ Miky Bionic, considerato il primo disc jockey al mondo a esibirsi utilizzando una protesi mioelettrica avanzata, a simboleggiare quel connubio tra tecnologia, inclusione e arte che sta alla base dello spirito paralimpico. Non sono mancati i contributi di artisti concettuali del calibro di Emilio Isgrò e dello scultore Jago, chiamati a interpretare il tema del movimento e della trasformazione, mentre le coreografie sono state affidate alla poetica fisica e visionaria di Yoann Bourgeois.

L’ombra del contenzioso sportivo e il ritorno della bandiera russa

Il clima di vigilia, però, resta pesantemente condizionato dalla vicenda che ha visto protagonista la Federazione Internazionale Sci e Snowboard (FIS) e il ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) da parte di Russia e Bielorussia. Nonostante la Federazione, presieduta da Johan Eliasch, avesse mantenuto la propria linea restrittiva, il TAS ha di fatto imposto l’ammissione di sei atleti russi e quattro bielorussi in discipline come lo sci alpino, lo sci di fondo e lo snowboard, concessi attraverso inviti bipartite, una sorta di wild card per circostanze eccezionali. Questo significa che, per la prima volta dalle Olimpiadi di Sochi del 2014, la bandiera russa tornerà a sventolare in una cerimonia paralimpica, e il suo inno nazionale risuonerà in un contesto internazionale dopo anni di esclusioni legate prima allo scandalo doping e poi all’invasione dell’Ucraina.

Una situazione paradossale, se si considera che gli stessi atleti, pochi giorni fa, gareggiavano sotto bandiera neutra, e che il CIO aveva scelto una linea completamente diversa per garantire una parvenza di isolamento politico a Mosca e Minsk. La posizione dell’IPC, difesa dal presidente Andrew Parsons, è che si tratta di una decisione democratica, presa dall’assemblea dei membri, e che va rispettata, ma i numeri parlano chiaro: l’Ucraina, che pure ha ricevuto inviti bipartite in tre sport, ha scelto la strada della protesta formale, una mossa che rischia di gettare una pesante ipoteca sul prosieguo della manifestazione. E mentre l’Arena brindava alla sua 50esima edizione, con i fumi colorati che si alzavano nel cielo veronese, restava la sensazione che lo sport, ancora una volta, fatichi a rimanere tale quando la politica internazionale bussa con prepotenza alla porta.

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