Sbarra, quell’ingaggio che getta ombre sul sindacato (ex) bianco
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Redazione Interno
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La nomina di Luigi Sbarra a sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Sud non è soltanto una mossa politica, ma un tassello di una strategia più ampia, che vede il governo Meloni cercare di consolidare il consenso là dove il centrosinistra ha mostrato segni di cedimento. L’ex segretario della Cisl, lasciato senza incarichi a febbraio dopo aver ospitato la stessa Meloni nell’assemblea del sindacato, ottiene ora un ruolo di primo piano, in quella che appare come una ricompensa per la vicinanza dimostrata all’esecutivo.
Non è la prima volta che la Cisl, storicamente legata all’area moderata, si avvicina alla destra. Già negli anni Duemila, Sergio D’Antoni – dopo aver fondato Democrazia Europea, un esperimento centrista nostalgico della Dc – aveva tentato l’avvicinamento all’Udc di Berlusconi, salvo poi essere fischiato al congresso del sindacato. Oggi, però, i tempi sono cambiati, e quella standing ovation riservata a Meloni durante l’assemblea di febbraio ne è stata la prova più evidente.
«Il messaggio che vogliamo dare è continuare a rafforzare l’occupazione nel Mezzogiorno», ha dichiarato la premier, presentando la nomina di Sbarra come una scelta dettata dall’obiettivo di sostenere il Sud, che secondo lei «può essere la locomotiva del Paese». Un’affermazione che suona come un tentativo di ribaltare la narrazione dopo la sconfitta referendaria della Cgil, ma che lascia intravedere anche un disegno più articolato: cooptare pezzi del sindacato per indebolire l’opposizione sociale.
Mario Sechi, direttore di Libero ed ex portavoce di Meloni, nell’intervista rilasciata ieri non ha chiesto spiegazioni sulla scelta di Sbarra, lasciando che fosse la stessa premier a giustificarla. Un silenzio che non è casuale, così come non lo è la rapidità con cui l’ex leader della Cisl è stato inserito nell’esecutivo, quasi a suggellare un’alleanza che ormai va oltre i semplici rapporti di convenienza.




